Tragödie

Vincenzo Bellini – I Capuleti e i Montecchi

Vincenzo Bellini

I Capuleti e i Montecchi

Tragedia lirica in quattro atti

Personaggi

Capellio, principe fra i Capuleti

Giulietta, sua figlia

Romeo, capo dei Montecchi

Tebaldo, partigiano dei Capuleti, destinato sposo a Giulietta

Lorenzo, medico e famigliare di Capellio

Capuleti – Montecchi

Damigelle. Soldati. Armigeri

L’ azione è in Verona: I’ epoca è del tredicesimo secolo.

Atto Primo.

Galleria nel palazzo di Capellio.

Scena I.

Seguaci di Capellio.

CORO I.

Aggiorna appena … ed eccoci

Surti anzi l’ alba e uniti.

CORO II.

Che fia? Frequenti e celeri

Giunsero a noi gl’ inviti.

TUTTI.

Già cavalieri e militi

Ingombran la città.

CORO I.

Alta cagion sollecito

Così Capellio rende.

CORO II.

Forse improvviso turbine

Sul capo ai Guelfi or pende:

Forse i Montecchi insorgono

A nuova nimistà!

TUTTI.

Peran gli audaci, ah! perano

Quei Ghibellin feroci!

Pria che le porte s’ aprano

All’ orde loro atroci,

Sui Capuleti indomiti

Verona crollerà.

Scena II.

Capellio, Tebaldo, Lorenzo, e detti.

TEBALDO.

O di Capellio generosi amici,

Congiunti, difensori, è grave ed alta

La cagion che ne aduna oggi a consesso.

Prende Ezzelino istesso

All’ ire nostre parte, e de’ Montecchi

Sostenitor si svela. Oste possente

Ad assalirne invia … Duce ne viene

De’ Ghibellini il più abborrito e reo,

Il più fiero.

CORO.

Chi mai?

TEBALDO.

Romeo.

CORO.

Romeo!

CAPELLIO.

Sì, quel Romeo, quel crudo

Del mio figlio uccisor: egli (fra voi

Chi fia che il creda?) egli di pace ardisce

Patti offerir, e ambasciator mandarne

A consigliarla a noi.

CORO.

Pace! Signor!

CAPELLIO.

Giammai.

LORENZO.

Nè udire il vuoi?

Utili forse e onesti

Saranno i patti. A così lunghe gare

Giova dar fine omai:

Corse gonfio di sangue Adige assai.

CAPELLIO.

Fu vendicato. Il mio soltanto è inulto:

Chi lo versò respira. – E mai fortuna

Non l’ offerse a’ miei sguardi … Ignota a tutti,

Poichè fanciul partì, vagò Romeo

Di terra in terra, ed in Verona istessa

Ardì più volte penetrare ignoto.

TEBALDO.

Rinvenirlo io saprò: ne feci il voto.

È serbata a questo acciaro

Del tuo sangue la vendetta:

L’ ho giurato per Giulietta:

Lo sa Italia, il ciel lo sa.

Tu d’ un nodo a me sì caro

Solo affretta il dolce istante;

Ed il voto dell’ amante

Il consorte adempirà.

CAPELLIO.

Sì; mi abbraccia. A te d’ Imene

Fia l’ altar sin d’ oggi acceso.

LORENZO.

Ciel! Sin d’ oggi?

CAPELLIO.

E d’ onde viene

Lo stupor che t’ ha compreso?

LORENZO.

Ah! Signor, di febbre ardente …

Mesta, afflitta e ognor giacente …

Ella … il sai … potria soltanto

Irne a forza al sacro altar.

TEBALDO.

Come! A forza!

CAPELLIO E CORO.

E avrai tu il vanto

Di por fine al suo penar.

TEBALDO.

L’ amo, ah! l’ amo, e mi è più cara

Più del sol che me rischiara;

È riposta, è viva in lei

Ogni gioia del mio cor.

Ma se avesse il mio contento

A costarle un sol lamento,

Ah! piuttosto io sceglierei

Mille giorni di dolor.

CAPELLIO.

Non temer: tuoi dubbi acqueta:

La vedrai serena e lieta,

Quando te del suo germano

Stringa al sen vendicator.

CORO.

Nostro Duce, e nostro scampo

Snuda il ferro, ed esci in campo;

Di Giulietta sia la mano

Degno premio al tuo valor.

LORENZO.

(Ah Giulietta! Or fia svelato

Questo arcano sciagurato:

Ah non v’ ha potere umano

Che ti plachi il genitor!)

CAPELLIO.

Vanne, Lorenzo: e tu che il puoi, disponi

Giulietta al rito: anzi che il sol tramonti

Compinto il voglio. Ella doman più lieta

Fia che rallegri le paterne mura;

Ubbidisci!

Lorenzo parte.

TEBALDO.

Ah! signor …

CAPELLIO.

Ti rassicura.

Sensi da’ miei diversi

Non può nutrir Giulietta; e a lei fia caro,

Come a noi tutti, il pro’ guerrier che unisce

I suoi destini ai miei.

TEBALDO.

Di tanto bene

Mi persuade amor: è il cor propenso

A creder vero quel che più desìa.

CAPELLIO.

Ma già ver noi s’ invia

Il nemico orator. – Avvi fra voi

Chi de’ Montecchi alle proposte inclini?

TUTTI.

Odio eterno ai Montecchi, ai Ghibellini.

Scena III.

Romeo con seguito di Scudieri, e detti.

ROMEO.

Lieto del dolce incarco a cui mi elegge

De’ Ghibellini il Duce, io mi presento,

Nobili Guelfi, a voi. Lieto del pari

Possa udirmi ciascun, poichè verace

Favella io parlo d’ amistade e pace.

TEBALDO.

Chi fia che nei Montecchi

Possa affidarsi mai?

CAPELLIO.

Fu mille volte

Pace firmata, e mille volte infranta.

ROMEO.

Stassi in tua man che santa

E inviolabil sia. Pari in Verona

Abbian seggio i Montecchi, e sia Giulietta

Sposa a Romeo.

CAPELLIO.

Sorge fra noi di sangue

Fatal barriera, e non sarà mai tolta …

Giammai, lo giuro.

CORO.

E il giuriam tutti.

ROMEO.

Ascolta.

Se Romeo t’ uccise un figlio,

In battaglia a lui diè morte:

Incolpar ne dèi la sorte;

Ei ne pianse, e piange ancor.

Deh! ti placa, e un altro figlio

Troverai nel mio signor.

CAPELLIO.

Riedi al campo, e di’ allo stolto

Che altro figlio io già trovai.

ROMEO.

Come! e qual?

TEBALDO.

Io.

ROMEO.

Tu! (Che ascolto!)

Odi ancor …

CAPELLIO.

Dicesti assai.

TEBALDO E CORO.

Qui ciascuno ad una voce

Guerra a voi gridando va.

ROMEO.

Ostinati! e tal sarà.

La tremenda ultrice spada

A brandir Romeo si appresta:

Come folgore funesta

Mille morti apporterà.

Ma vi accusi al cielo irato

Tanto sangue invan versato:

Ma su voi ricada il pianto

Che alla patria costerà.

TUTTI.

Esci, audace. Un Dio soltanto

Giudicar fra noi saprà.

Partono.

Scena IV.

Gabinetto negli appartamenti di Giulietta.

GIULIETTA sola.

Eccomi in lieta vesta … Eccomi adorna …

Come vittima all’ ara. – Oh! almen potessi

Qual vittima cader dell’ ara al piede!

O nuziali tede,

Abborrite così, così fatal,

Siate, ah! siate per me faci ferali. –

Ardo … una vampa, un foco

Tutta mi strugge. Un refrigerio ai venti

Io chiedo invano. – Ove se’ tu, Romeo?

In qual terra t’ aggiri?

Dove, dove inviarti i miei sospiri?

O quante volte, oh quante

Ti chiedo al ciel piangendo!

Con quale ardor t’ attendo,

E inganno il mio desir!

Raggio del tuo sembiante

Parmi il brillar del giorno:

L’ aura che spira intorno

Mi sembra un tuo respir.

Scena V.

Lorenzo, Giulietta, indi Romeo.

LORENZO.

Propizia è l’ ora. A non sperato bene

Si prepari quell’ alma. –

Giulietta!

GIULIETTA.

Oh! mio Lorenzo!

LORENZO.

Or via; ti calma.

GIULIETTA.

Sarò tranquilla in breve,

Appien tranquilla. A poco a poco io manco,

Il dolore mi uccide … Ah se un istante

Rivedessi Romeo … Romeo potria

La fuggente arrestar anima mia.

LORENZO.

Fa cor, Giulietta … Egli è in Verona …

GIULIETTA.

Oh cielo!

Nè a me lo guidi?

LORENZO.

All’ improvvisa gioia

Reggerai tu?

GIULIETTA.

Più che all’ affanno.

LORENZO.

Or dunque

Ti prepara a vederlo: io tel guidai

Per quel segreto e a noi sol noto ingresso.

ROMEO.

Mia Giulietta! …

GIULIETTA.

Ah! … Romeo! …

LORENZO.

Parla sommesso.

Lorenzo parte.

Scena VI.

Romeo e Giulietta.

GIULIETTA.

Io ti rivedo, oh gioia!

Sì, ti rivedo ancor.

ROMEO.

O mia Giulietta!

Qual ti ritrovo io mai?

GIULIETTA.

Priva di speme,

Egra, languente, il vedi,

E vicina alla tomba. – E tu qual riedi?

ROMEO.

Infelice del pari, e stanco alfine

Di questa vita travagliata e oscura,

Non consolata mai da un tuo sorriso,

Vengo, a morir deciso,

O a rapirti per sempre a’ tuoi nemici. –

Meco fuggir dèi tu.

GIULIETTA.

Fuggir che dici?

ROMEO.

Sì, fuggire: a noi non resta

Altro scampo in danno estremo.

Miglior patria avrem di questa,

Ciel migliore ovunque andremo;

D’ ogni ben che un cor desia

A noi luogo amor terrà.

GIULIETTA.

Ah Romeo! Per me la terra

È ristretta in queste porte:

Qui mi annoda, qui mi serra

Un poter d’ amor più forte.

Solo, ahi! solo all’ alma mia

Venir teco il ciel darà.

ROMEO.

Che mai sento? E qual potere

È maggior per te d’amore?

GIULIETTA.

Quello, ah! quello del dovere,

Della legge e dell’ onore.

ROMEO.

Ah! erudel, d’ onor ragioni

Quando a me tu sei rapita?

Questa legge che mi opponi,

È smentita dal tuo cor.

Deh! t’ arrendi a’ preghi miei,

Se ti cal della mia vita:

Se fedele ancor mi sei,

Non udir che il nostro amor.

GIULIETTA.

Ah! da me che più richiedi,

S’ io t’ immolo e core e vita?

Lascia almeno, almen concedi

Un sol dritto al genitor.

Io morrò se mio non sei,

Se ogni speme è a me rapita:

Ma tu pure alcun mi dèi

Sacrifizio del tuo cor.

ROMEO.

Odi tu? L’ altar funesto

Già s’ infiora, già t’ attende.

GIULIETTA.

Fuggi, ah! fuggi.

ROMEO.

Teco io resto.

GIULIETTA.

Guai se il padre ti sorprende!

ROMEO.

Ei mi sveni, o di mia mano

Cada spento innanzi a te.

GIULIETTA.

Ah Romeo!

ROMEO.

Mi preghi invano

GIULIETTA.

Ah! pietà, di te … di me.

ROMEO.

Vieni, ah! vieni, e in me riposa:

Sei mio bene, sei mia sposa:

Questo istante che perdiamo

Più per noi non tornerà.

In tua mano è la mia sorte,

La mia vita, la mia morte …

Ah! non m’ ami come io t’ amo …

Ah! non hai di me pietà.

GIULIETTA.

Cedi, ah! cedi un sol momento

Al mio duolo, al mio spavento:

Siam perduti, estinti siamo,

Se più cieco amor ti fa.

Deh! risparmia a questo core

Maggior pena, orror maggiore …

Ah! se vivo, è perchè io t’ amo …

Ah! l’ amor con me morrà.

Atto Secondo.

Atrio interno del Palazzo di Capellio.

Scena I.

Cavalieri e Dame.

CORO.

Lieta notte, avventurosa

A rei giorni ancor succede.

Taccion l’ ire e l’ armi han posa

Dove accende Imen le tede:

Dove un riso Amor discioglie

Ivi è giubilo e piacer.

Festeggiam con danze e canti

Questo illustre e fausto imene:

Il gioir di pochi istanti

Sia compenso a molte pene;

Nè ci segua in queste soglie

Alcun torbido pensier.

Dove un riso Amor discioglie

Ivi è giubilo e piacer.

Partono.

Scena II.

Romeo e Lorenzo.

LORENZO.

Deh! per pietà t’ arresta;

Non t’ inoltrar di più: – mal ti nasconde

Questa de’ Guelfi assisa.

ROMEO.

Al mio periglio

Pensar poss’io, quando un rival si accinge

A rapirsi il mio ben! … Ma ciò non fia,

Non fia per certo, il giuro.

LORENZO.

Ahi lasso! è tolta

Forse ogni speme.

ROMEO.

Una men resta … Ascolta.

Segretamente, e in guelfe spoglie avvolti,

Col favor della tregua, entro Verona

Mille si stanno Ghibellini armati.

LORENZO.

Cielo!

ROMEO.

Non aspettati,

Piomberan sui nemici, ed interrotte

Fian le nozze così.

LORENZO.

Funesta notte!

E me di sangue e strage

Complice fai? Me traditor di questa

Famiglia rendi? …

Qual tumulto!

ROMEO.

Oh gioia estrema!

VOCI.

I Montecchi!

ROMEO.

È sava.

CORO.

All’ armi!

LORENZO.

Fuggi … va …

ROMEO.

Tebaldo! trema;

Io già corro a vendicarmi.

Quella tromba è suon ferale,

Suon di morte al mio rivale.

LORENZO.

Taci, taci: d’ ogni lato

Gente accorre … ognuno è armato …

Oh! qual scena il cor prevede

Di furore e erudeltà!

CORO.

Ah! chi d’ armi a noi provvede!

Chi soccorso, o ciel, ne dà?

Partono.

Scena III.

Giulietta sola.

Tace il fragor … silenzio

Regna fra queste porte …

Grazie ti rendo, o sorte:

Libera io sono ancor.

Ma de’ congiunti il sangue

Per me versato or viene …

Forse trafitto, esangue,

Giace l’ amato bene …

Forse … Oh! qual gel! … qual toco

Scorrer mi sento in cor!

Ah! per Romeo v’ invoco,

Cielo, Destino, Amor.

Scena IV.

Romeo e Giulietta.

ROMEO.

Giulietta!

GIULIETTA.

Ahimè! … qui vedo?

ROMEO.

Il tuo Romeo: t’ acqueta.

GIULIETTA.

Ahi lassa! … e ardisci? …

ROMEO.

Io riedo

A farti salva e lieta.

Seguimi.

GIULIETTA.

Ahi! dove? ahi! come!

Te perderesti e me.

ROMEO.

Io te lo chiedo in nome

Della giurata fè.

CORO.

Morte ai Montecchi!

GIULIETTA.

Ah! lasciami;

Gente ver noi s’ avvia.

ROMEO.

Io t’ aprirò fra i barbari

Con questo acciar la via.

Scena V.

Tebaldo e Capellio con armigeri, Lorenzo, e detti.

CAPELLIO.

Ferma.

TEBALDO.

Che miro? Il perfido

Nemico ambasciator!

LORENZO.

(Cielo! … è perduto il misero.)

ROMEO.

Oh! rabbia!

GIULIETTA.

Oh mio terror!

CAPELLIO.

Armato! in queste soglie!

TEBALDO.

Sotto mentite spoglie!

Quale novella insidia,

Empio, tentavi ordir?

Soldati, olà ..

GIULIETTA.

Fermate:

Padre … Signor … pietate …

CAPELLIO.

Scostati …

TEBALDO.

E qual pensiero

Qrendi d’ un menzognero?

CAPELLIO.

Giulietta?

TEBALDO.

Non rispondi,

Tu tremi … ti confondi?

Fellon! … chi sei?

ROMEO.

Son tale …

GIULIETTA.

Ah! no, non ti scoprir.

ROMEO.

Io sono a te rivale.

LORENZO.

(Incauto!)

GIULIETTA.

Oh rio martir!

TEBALDO, CAPELLIO.

Rivale! che intendo?

GIULIETTA.

Lorenzo, m’ aita.

LORENZO.

Oh! istante tremendo!

ROMEO.

Ahimè! l’ ho tradita.

TEBALDO, CAPELLIO, LORENZO.

Oh notte, raddensa

Le tenebre in cielo:

Ricopri d’ un velo

Il nostro rossor.

GIULIETTA, ROMEO.

Soccorso, sostegno

Accordale / Accordagli, o cielo,

Me sola / solo fa segno

Del loro furor.

CORO.

Accorriem … Romeo!

CAPELLIO, TEBALDO.

Quai grida!

ROMEO.

I miei fidi!

GIULIETTA.

Oh! gioia!

CORO.

È desso,

A salvarti un Dio ci guida:

Vien, Romeo, tuoi fidi hai presso,

CAPELLIO.

Tu Romeo! nè ti svenai?

TEBALDO.

E mi sfuggi? … e tu vivrai?

ROMEO.

Sangue, o barbari, bramate,

Ed il sangue scorrerà.

TEBALDO, CAPELLIO, ROMEO, CORO.

Al furor che si ridesta,

Alla strage che s’ appresta.

Come scossa da tremuoto

Tutta Italia tremerà.

LORENZO, GIULIETTA.

Giusto cielo tu gli arresta

Da battaglia sì funesta,

Sveglia in essi un qualche moto

Di rimorso e di pietà.

ROMEO E GIULIETTA.

Se ogni speme è a noi rapita

Di mai più vederci in vita,

Questo addio non fia l’ estremo,

Ci vedremo – almen in ciel.

TEBALDO, CAPELLIO, CORO.

Sul furor che si ridesta,

Sulla strage che si appresta

Anzi tempo, o sol, risplendi,

E dirada all’ ombre il vel.

LORENZO.

Piomba, o notte, e al ciel contendi

Lo spettacolo crudel.

Atto Terzo.

Galleria nel palazzo di Capellio.

Scena I.

Giulietta sola.

Nè alcun ritorna! … Oh! cruda,

Dolorosa incertezza! – Il suon dell’armi

Si dileguò – … Sol tratto tratto un fioco,

Incerto mormorio lunge si desta,

Come vento al cessar della tempesta.

Chi cadde, oimè! chi vinse?

Chi primo io piangerò? – Nè uscir poss’io?

E ignara di mia sorte io qui m’aggiro!

Scena II.

Giulietta e Lorenzo.

GIULIETTA.

Lorenzo, ebben? …

LORENZO.

Salvo è Romeo.

GIULIETTA.

Respiro.

LORENZO.

Nella vicina rocca

Da’ suoi sorpresa, da Ezzelin soccorso

Sperar ei puote … ma tu, lassa! … in breve

Di Tebaldo al castel tratta sarai,

Se in me non fidi, se al periglio estremo

Con estrema fermezza or non provvedi.

GIULIETTA.

Che far? Favella.

LORENZO.

Hai tu coraggio?

GIULIETTA.

E il chiedi?

LORENZO.

Prendi: tal filtro è questo,

E si possente, che sembiante a morte

Sonno produce. A te creduta estinta

Tomba fia data ne’ paterni avelli …

GIULIETTA.

Oh! che di’ tu? fra quelli

Giace il fratello da Romeo trafitto …

Esso del mio delitto

Sorgeria punitor …

LORENZO.

Al tuo svegliarti

Sarem presenti il tuo diletto ed io …

Non paventar. – Tremi? t’ arretri?

GIULIETTA.

Oh Dio!

Morte io non temo, il sai …

Sempre io la chiesi a te …

Pur non provato mai

Sorge un terrore in me.

LORENZO.

Fida, deh fida in me:

Sarai contenta.

GIULIETTA.

Se del licor possente

Fallisse la virtù! …

Se in quell’ orror giacente

Non mi destassi più …

Dubbio crudele!

LORENZO.

Prendi … gl’ istanti volano …

Il padre tuo si avanza …

GIULIETTA.

Il padre! ah! porgi, e salvami.

LORENZO.

Salva già sei: costanza.

GIULIETTA.

Guidami altrove.

Scena III.

Capellio con seguito, e detti.

CAPELLIO.

Arresta.

Ancor sei desta?

Concedo al tuo riposo

Brevi momenti ancor.

Esci: e a seguir lo sposo

Ti appresta al nuovo albor.

CORO.

Lassa! … d’ affanno è piena …

Geme … si regge appena.

Più mite a lei favella;

L’ uccide il tuo rigor.

GIULIETTA.

Ah! non poss’ io partire

Priva del tuo perdono …

Presso alla tomba io sono …

Dammi un amplesso almen.

Pace una volta all’ ire,

Pace ad un cor che more …

Dorma ogni tuo furore

Del mio sepolcro in sen.

CAPELLIO.

Lasciami …

LORENZO.

(Ah! vieni, e simula.)

CAPELLIO.

Alle tue stanze riedi.

CORO.

Ella è morente, il vedi.

Poni al tuo sdegno un fren.

Partono.

Scena IV.

Luogo remoto presso il palazzo di Capellio.

ROMEO solo.

Deserto è il loco. – Di Lorenzo in traccia

Irne poss’ io. – Crudel Lorenzo! anch’ esso

M’ oblìa nella sventura, e congiurato

Col mio destin tiranno,

M’ abbandona a me solo in tanto affanno.

Vadasi. – Alcun si appressa …

Crudele inciampo!

Scena V.

Tebaldo e Romeo.

TEBALDO.

Olà! chi sei, che ardisci

Aggirarti furtivo in queste mura? –

Non odi tu?

ROMEO.

Non t’ appressar. Funesto

Il conoscermi fora.

TEBALDO.

Io ti conosco

All’ audace parlar, all’ ira estrema

Che in me tu desti.

ROMEO.

Ebben mi guarda, e trema.

TEBALDO.

Stolto! ad un sol mio grido

Mille a punirti avrei;

Ma vittima tu sei

Serbata a questo acciar.

ROMEO.

Vieni; io ti sprezzo, e sfido

Teco i seguaci tuoi:

Tu bramerai fra noi

L’ alpi frapposte e il mar.

A DUE.

Un Nume avverso, un fato

Che la ragion ti toglie,

T’ ha spinto in queste soglie

La morte ad incontrar.

TEBALDO.

All’ armi.

ROMEO.

All’ armi.

TEBALDO.

Arresta.

ROMEO.

Qual mesto suono echeggia?

CORO.

Ahi sventurata!

ROMEO.

È questa

Voce di duol.

TEBALDO.

Si veggia.

Scena VI.

Comparisce un corteggio funebre. I detti.

CORO.

Pace alla tua bell’ anima

Dopo cotanti affanni!

Vivi, se non fra gli uomini,

Vivi, o Giulietta, in ciel.

ROMEO.

Giulietta!

TEBALDO.

Spenta! …

ROMEO.

Oh barbari!

A DUE.

Mi scende agli occhi un vel.

ROMEO.

Ella è morta, o sciagurato,

Per te morta di dolore.

Paga alfine è del tuo cuore

L’ ostinata crudeltà.

Svena, ah! svena un disperato …

Ai tuoi colpi il sen presento …

Sommo bene in tal momento

Il morir per me sarà.

TEBALDO.

Ah! di te più disperato,

Più di te son io trafitto.

L’ amor mio come un delitto

Rinfacciando il cor mi va.

Vivi, ah vivi, o sventurato,

Tu che almen non hai rimorso:

Se a’ miei dì non tronchi il corso,

Il dolor mi ucciderà.

Atto Quarto.

Recinto ove sorgono le tombe dei Capuleti.

Scena I.

Romeo coi suoi compagni.

CORO.

Siam giunti. Ah il ciel consenta,

Che non ti sia funesta

L’ esser disceso in questo

Albergo di squallor.

ROMEO.

Ecco la tomba! Ancor di fiori sparsa,

Molle di pianto ancor; il mio ricevi

Più doloroso e amaro.

CORO.

Signor, ritratti!

ROMEO.

Altro fra poco, maggior del pianto,

Altro olocausto avrai.

CORO.

Omai eccede il tuo dolor.

ROMEO.

Oh del sepolcro profonda oscurità,

Cedi un istante al lume del giorno,

E mi rivela per poco la tua preda.

L’ urna mi aprite voi, ch’ io la riveda.

Ah! Giulietta, o mia Giulietta!

Sei tu, ti veggio! Ti ritrovo ancora!

Non morta sei, dormi soltanto

E aspetti, che ti desti il tuo Romeo.

Sorgi, mio bene, al suon de’ miei sospiri;

Ti chiama il tuo Romeo.

CORO.

Lasso, deliri! Vieni, partiamo.

Periglio è l’ indugiar di più.

ROMEO.

Per pochi istanti

Me qui lasciate, arcani ha il duol, che debbe

Solo alla tomba confidar.

CORO.

Lasciarti solo, e in tanto cordoglio!

Ah, tu ci spezzi il cor.

ROMEO.

Partite, il voglio.

Coro parte.

Scena II.

Romeo solo.

Tu sola, o mia Giulietta,

M’ odi tu sola. Ahi! Vana speme; è sorda

La fredda salma di mia voce al suono,

Deserto in terra, abbandonato io sono.

Deh tu, bell’ anima,

Che al cielo ascendi,

A me rivolgiti,

Con te mi prendi.

Cosi scordarmi,

Cosi lasciarmi,

Non puoi, bell’ anima,

Nel mio dolor.

Oh tu, mia sola speme,

Tosco fatal, non mai da me diviso,

Vieni al mio labbro. Raccogliete voi

L’ ultimo mio respiro,

Tombe de’ miei nemici.

Scena III.

Giulietta si desta, Romeo.

GIULIETTA.

Ah!

ROMEO.

Qual sospiro!

GIULIETTA.

Romeo!

ROMEO.

La voce sua!

GIULIETTA.

Romeo!

ROMEO.

Mi chiama, gia m’ invita al suo sen.

Ciel, che vegg’ io.

GIULIETTA.

Romeo!

ROMEO.

Giulietta, oh Dio!

GIULIETTA.

Sei tu?

ROMEO.

Tu vivi?

GIULIETTA.

Ah, per non più lasciarti.

Io mi desto, mio ben,

La morte mia fu simulata.

ROMEO.

Oh, che dì tu?

GIULIETTA.

L’ ignori? Non vedesti Lorenzo?

ROMEO.

Altro non vidi,

Altro non seppi, ahi me!

Ch’ eri qui morta,

E qui venni, ah infelice!

GIULIETTA.

Ebben, che importa? Son teco alfin;

Ogni dolor cancella.

Un nostro amplesso, andiam!

ROMEO.

Restarmi io deggio eternamente qui.

GIULIETTA.

Che dici mai? Parla, parla!

Ah Romeo!

ROMEO.

Tutto già sai.

GIULIETTA.

Ah, crudel! Che mai facesti?

ROMEO.

Morte io volli a te vicino.

GIULIETTA.

Deh, che scampo alcun ti appresti!

ROMEO.

Ferma! E vano.

GIULIETTA.

O rio destino!

ROMEO.

Cruda morte io chiudo in seno.

GIULIETTA.

Ch’ io con te l’ incontri almeno!

Dammi il ferro!

ROMEO.

Ah, no! Giammai!

GIULIETTA.

Un veleno!

ROMEO.

Il consumai.

Vivi, ah vivi, e vien talora,

Sul mio sasso a lagrimar.

GIULIETTA.

Ciel crudele! Ah, pria ch’ ei mora,

I miei di tu dei troncar.

ROMEO.

Giulietta, al seno stringimi,

Io ti discerno appena.

GIULIETTA.

Ed io ritorno a vivere,

Quando tu dei morir.

ROMEO.

Cessa, il vederti in pena,

Accresce il mio martir.

Più non ti veggo … ah! parlami …

Un solo accento ancor …

Rammenta il nostro amor …

Io manco … addio! …

GIULIETTA.

Oh! sfortunato! attendimi …

Non mi lasciare ancor …

Posati sul mio cor …

Ei muore … oh! … Dio!

Vincenzo Bellini – Die Capuleti und die Montecchi

Vincenzo Bellini

Die Capuleti und die Montecchi

Tragische Oper in vier Akten

Personen

Capellio, Haupt der Capuleti

Giulietta, seine Tochter

Romeo, Haupt der Montecchi

Tebaldo, Anhänger der Capuleti und Giulietta’s bestimmter Gemahl

Lorenzo, Arzt, in Capellio’s Diensten

Anhänger der Familien Capuleti und Montecchi

Damen. Wachen. Bewaffnete

Die Handlung geht in Verona, im dreizehnten Jahrhundert vor.

Erster Akt.

Gallerie in Capellio’s Pallast.

Erste Scene.

Capellio’s Freunde und Verbündete.

EINIGE.

Kaum graut der Morgen, erscheinen wir,

Noch in der Dämm’rung Stunde.

ANDERE.

Was giebt es? – uns zu versammeln hier,

Kam uns die schnelle Kunde.

ALLE.

Schaaren von Kriegern zeigen sich,

Und sind zum Kampf bereit.

EINIGE.

Dinge von hoher Wichtigkeit

Sind wohl indeß geschehen? –

ANDERE.

Wohl mag der Bund der Guelfen

Neu sich bedrohet sehen,

Und die Montecchi rüsten sich

Zu blut’gem Kampf und Streit.

ALLE.

Fluch und Verderben treffe sie! –

Tod sey das Loos der Kühnen!

Eh’ unser Thor sich öffnet

Vor diesen Ghibellinen,

Eh’ sey, in Staub und Schutt zermalmt,

Verona unser Grab! –

Zweite Scene.

Capellio, Tebaldo, Lorenzo, Vorige.

TEBALDO.

Ihr, dieses Hauses treu ergeb’ne Freunde!

Vertheid’ger seines Ruhmes, aus wicht’gen Gründen

Seh’ ich heut Euch versammelt in diesen Hallen.

Wißt, Ezzelino selber

Nimmt Theil an unserm Streite.

Und stellt sich kämpfend an der Montecchi Seite.

Mit mächt’gen Schaaren ist er im Feld erschienen;

An ihrer Spitze steht der verhaßte,

Der übermüth’ge Führer der Ghibellinen.

CHOR.

Sein Name?

TEBALDO.

Romeo! –

CHOR.

Romeo? –

CAPELLIO.

Jener Romeo, der Frevler,

Der mir den Sohn erschlug! Ja er, (wer mag

Die Frechheit glauben?) er, der verhaßte Gegner,

Bietet uns Frieden. Ein Bote ward deshalb

Von ihm an uns beschieden.

CHOR.

Friede, o Herr! –

CAPELLIO.

Nein, nimmer! –

LORENZO.

Laß ihn erscheinen!

Wohl kann, was er verkündet,

Vortheil uns bringen. Zu lang’ ward in Verona

Nur Kampf und Mord geübet,

Zu lang’ schon floß die Etsch von Blut getrübet!

CAPELLIO.

Es ward gerächt! Nur meines floß ohne Rache.

Der es vergoß, er athmet. Nie führt der Zufall

Ihn meinem Blick entgegen. Von Allen ungekannt,

Weil er uns früh verlassen, irrte Romeo

Von Land zu Land. Selbst in Verona’s Mauern

Wußt’ er sich öfters tollkühn einzuschleichen! –

TEBALDO.

So vernehmt meinen Schwur! – Mein Arm soll ihn erreichen!

Diesem Schwerdte wird’s gelingen,

Blut’ge Rache Dir zu bringen;

Ja, ich schwör’s bei meiner Liebe,

Ich entdecke seine Spur.

Laß, o laß mit süßen Banden

Uns’re Herzen bald umschlingen,

Der Gemahl wird dann vollbringen,

Was der Liebende Dir schwur!

CAPELLIO.

Sohn! umarme mich! – Euch soll noch heute

Hymens Fackel sich entzünden.

LORENZO.

Wie? noch heute?

CAPELLIO.

Was soll dies Staunen?

Das mir Deine Worte künden?

LORENZO.

Denk’, o Herr, des Fiebers Schmerzen –

Qual und Kummer im kranken Herzen –

Wisse, Giulietta – ach mit Gewalt nur

Träte sie vor den Altar.

TEBALDO.

Mit Gewalt?

CAPELLIO UND CHOR.

Die Hand der Liebe

Bring’ ihr Trost und Hülfe dar.

TEBALDO.

Theurer noch, als dieses Leben,

Ist die Holde meinem Herzen.

Ihre Liebe ist mein Streben,

Meine Wonne sie allein.

Doch erpreßte mein Entzücken

Ihrer Brust nur eine Klage,

O dann soll mir jede Plage,

Jede Qual beschieden seyn!

CAPELLIO.

Laß die bangen Zweifel schwinden,

Ihre Ruhe soll sie finden,

Wirst Du kämpfend überwinden –

Ihres Bruders Rächer seyn.

CHOR.

Führ’ uns hin zum blut’gen Streite!

Ja, wir kämpfen Dir zur Seite.

Reich belohnt wirst Du Dich finden,

Denn Giulietta harret Dein.

LORENZO.

Wehe ihr! vor dem Geheimniß

Muß nun bald der Schleier schwinden

Und kein Retter wird sich finden, –

Niemand wird ihr Schutz verleih’n.

CAPELLIO.

Eile, Lorenzo! Du vermagst zur heil’gen Feier

Sie zu bewegen. Noch eh’ die Sonne sinkt,

Sey sie vollzogen. Morgen soll Lust und Freude

Aus ihren Blicken uns entgegen strahlen. –

Fort! gehorche! –

Lorenzo ab.

TEBALDO.

Herr, ich fürchte –

CAPELLIO.

Laß jede Sorge! –

Nie wird Capellio’s Tochter

Des Vaters Sinn verleugnen; und hoch geehrt,

So wie uns Allen, sey der Tapfre ihr,

Der sich mit uns verbindet.

TEBALDO.

Mag dieses Hoffen

Ein froher Ausgang krönen! Gern glaubt das Herz,

Was es erstrebet mit heißer Liebe Sehnen.

CAPELLIO.

Schon nahet sich der Sprecher,

Den uns der Feind gesandt. Ist hier wohl Einer,

Der den Montecchi die Hand zum Frieden böte?

ALLE.

Fluch den Montecchi! Tod den Ghibellinen!

Dritte Scene.

Romeo mit kriegerischem Gefolge, Vorige.

ROMEO.

Froh meines heil’gen Amtes, das mir verlieh’n,

Der Ghibellinen Haupt, nah’ ich voll Ehrfurcht,

Ihr edlen Guelfen, Euch. Mit gleicher Freude

Möge Jeder mich hören; mit frohem Munde

Bring’ ich der Freundschaft und des Friedens Kunde.

TEBALDO.

O sprich, wer baute je

Auf der Montecchi Treue?

CAPELLIO.

Oft ward der Friede

Mit Euch geschlossen, stets brach’t Ihr ihn auf’s Neue.

ROMEO.

In Deiner Hand bewahrest Du

Des ew’gen Friedens Pfand; gönn’ in Verona

Gleiches Recht den Montecchi, und gieb Romeo

Der Tochter Hand.

CAPELLIO.

Des Blutes heil’ge Schranke

Trennt uns auf immer, und nimmer kann sie schwinden,

Nimmer! ich schwöre.

ALLE.

Wir Alle schwören!

ROMEO.

O höre!

Wenn Romeo den Sohn erschlagen,

So geschah’s im Schlachtgetümmel –

Nur das Schicksal ist anzuklagen –

Heiße Thränen weiht ihm sein Schmerz.

D’rum Versöhnung! Du findest wieder

In Romeo des Sohnes Herz! –

CAPELLIO.

Kehr’ zurück, und sag’ dem Thoren,

Schon hab’ ich den Sohn erkoren.

ROMEO.

Himmel! – und wen? –

TEBALDO.

Tebaldo! –

ROMEO.

Du!

Noch ein Wort! –

CAPELLIO.

Genug der Worte! –

TEBALDO UND CHOR.

Ew’ger Kampf den Ghibellinen! –

Dies ist unser Feldgeschrei!

ROMEO.

Uebermüth’ge! – Wohlan, es sey!

Vor Romeo’s Rächer-Arme

Soll kein Gott Euch nun beschützen,

Und von seines Schwerdtes Blitzen

Treffe Euch der Todesstreich.

Doch zum Himmel schreit um Rache

All’ das Blut, das Ihr vergossen,

Jede Thräne, die geflossen,

Laste schwer, ja schwer auf Euch! –

ALLE.

Fort, Verweg’ner! – Nur der Himmel

Lenkt gerecht den Todesstreich! –

Vierte Scene.

Giulietta’s Gemach.

GIULIETTA allein.

Festlich steh’ ich geschmücket, gleich einem Opfer,

Das zum Altar man führet. Ach, könnt’ ich Verlass’ne

Als Opfer am Altar mein Leben enden! –

Flammende Hochzeitfackeln,

Die mit verhaßtem Glanz mein Auge blenden,

Leuchtet, ach leuchtet zu meiner Todtenfeier! –

Ich glühe, wildes Feuer durchtobt mich!

Will mich verzehren. Der Lüfte kühlend Fächeln

Such’ ich vergebens. Wo weilst du, o Romeo?

Sieh, mein Herz will verzagen! –

Wohin, ach, send’ ich meiner Sehnsucht Klagen?

Ach, wie so oft vom Himmel

Erfleht’ ich dich mit Thränen!

Getäuscht von meinem Sehnen

Wähn’ ich dich nah’ bei mir.

Ein Strahl aus deinen Blicken.

Scheint mir der Glanz der Sonne.

Lüfte, die mich erquicken,

Scheinen ein Hauch von dir.

Fünfte Scene.

Lorenzo, Giulietta, dann Romeo.

LORENZO.

Die Zeit ist günstig! – Zu unverhoffter Wonne

Muß ich sie vorbereiten. –

Giulietta!

GIULIETTA.

Lorenzo! –

LORENZO.

Nur Ruhe! nur Fassung! –

GIULIETTA.

Bald werd’ ich Ruhe finden,

Ja, lange Ruhe – ich fühl’s in meinem Innern,

Wie mir die Kräfte schwinden. Ha! könnt’ ich einmal,

Nur einmal noch ihn sehen! – Er nur vermag es,

Die verlöschende Flamme neu zu beleben! –

LORENZO.

Nur Muth, Giulietta! Er ist in Verona!

GIULIETTA.

O Himmel!

Und mir noch ferne?

LORENZO.

Die allzu jähe Freude,

Trägt sie Dein Herz?

GIULIETTA.

Mehr als dies Leiden! –

LORENZO.

Wohlan!

So sey gefaßt, ihn zu sehen! Ich führt’ ihn her

Auf dem geheimen, nur uns bekannten Pfade.

ROMEO.

Meine Giulietta! –

GIULIETTA.

Romeo!

LORENZO.

Sprecht nur leise!

Lorenzo ab.

Sechste Scene.

Romeo und Giulietta.

GIULIETTA.

Ich seh’ Dich wieder, o Wonne!

Endlich seh’ ich Dich wieder! –

ROMEO.

Meine Giulietta!

Wie muß ich Dich wiederfinden? –

GIULIETTA.

Ach, ohne Hoffnung,

Gramvoll und leidend. Du siehst es,

Nah’ an des Grabes Rande! Und Du, Romeo?

ROMEO.

Unglückselig, gleich Dir, und endlich müde

Dieses verhaßten, qualvollen Lebens,

Das Deiner Liebe Lächeln mir nicht verkläret,

Komm’ ich, mein Daseyn hier zu enden,

Oder Dich zu entführen aus Feindes Händen.

Du mußt mit mir entflieh’n! –

GIULIETTA.

Entflieh’n? – was sagst Du?

ROMEO.

Ja, wir flieh’n! Uns winket Beiden

Fern die Ruh’ nach schweren Leiden.

Du wirst auch in fremden Auen

Deiner Heimath Fluren schauen, –

Jedes Glück, von dem wir scheiden,

Wird die Lieb’ uns neu verleih’n!

GIULIETTA.

Ach, Romeo! im Schooß der Meinen

Laß mich mein Geschick beweinen.

Höh’rer Liebe feste Bande

Fesseln mich im Vaterlande.

Nur mein Geist darf Dich geleiten,

Ewig wird er bei Dir seyn.

ROMEO.

Ha, was hör’ ich? welche Bande

Sind so stark als Lieb’ und Treue?

GIULIETTA.

Die Gesetze, Pflicht und Ehre,

Und die Furcht vor bitt’rer Reue! –

ROMEO.

Ach, Du sprichst von Pflicht und Ehre,

Da man ewig uns will trennen!

Nur Dein Mund spricht diese Lehre,

Doch Dein Herz erkennt sie nicht.

Soll Romeo ferner leben,

So erhör’ sein dringend Flehen! –

Schlägt Dein Herz mir treu ergeben,

Höre nur, was Liebe spricht! –

GIULIETTA.

Willst Du mehr noch, als mein Leben,

Das ich ewig Dir nur weihte? –

Doch an meines Vaters Seite

Bindet mich der Tochter Pflicht.

Bald wird man in’s Grab mich senken,

Muß ich fern von Dir mich seh’n;

Und Du kannst so tief mich kränken,

Da mein Herz vor Jammer bricht! –

ROMEO.

Hörest Du? es sind die Klänge,

Die die Feier Dir verkünden.

GIULIETTA.

Fliehe! – fort! –

ROMEO.

Nein, nein, ich bleibe! –

GIULIETTA.

Weh’! der Vater wird Dich finden!

ROMEO.

Einer falle von uns Beiden,

Unser Schwerdt soll Richter seyn! –

GIULIETTA.

Ach, Romeo! –

ROMEO.

Du flehst vergebens! –

GIULIETTA.

Ach, erbarm’ Dich Dein und mein! –

ROMEO.

Theure, bau’ auf meine Treue,

Folge mir zum schönsten Bunde!

Ach, sonst wird die günst’ge Stunde

Ewig uns verloren seyn.

Des Geliebten Tod und Leben

Sind in Deine Hand gegeben.

Nein, Du fühlst nicht meine Liebe,

Kennest nicht der Sehnsucht Pein! –

GIULIETTA.

Hör’, o hör’ mein banges Flehen! –

Sieh, Geliebter, meine Leiden! –

Nur Verderben droht uns Beiden,

Nichts kann uns vom Tod’ befrei’n.

Ach, erspare meinem Herzen

Größ’re Qualen, größ’re Schmerzen! –

Dein, nur Dein war ich im Leben,

Auch im Tode bin ich Dein! –

Zweiter Akt.

Innere Halle in Capellio’s Pallast.

Erste Scene.

Ritter und Damen.

CHOR.

Wenn des Tages Stürme verfliegen,

Bringt der Abend Freud’ und Vergnügen,

Zorn und Rache seh’n wir entschwinden,

Wenn Hymens Fackeln hell sich entzünden.

Wo Amors Lächeln freundlich uns winket,

Herrscht nur Entzücken, Jubel und Lust.

Laßt mit Gesängen, mit fröhlichen Klängen

Das heut’ge Fest uns froh begehen.

Ja, diese Stunde der reinsten Freuden

Sey uns Belohnung nach langen Leiden.

Wo der Freude Becher blinket,

Flieht der Gram aus jeder Brust,

Und wo Amor’s Lächeln winket,

Herrscht Entzücken, Wonn’ und Lust.

Ab.

Zweite Scene.

Romeo, Lorenzo.

LORENZO.

Hemme die raschen Schritte! wage

Nicht weiter Dich; des Guelfen Kleidung

Schützt Dich nicht vor Verrath.

ROMEO.

Kann an Gefahren

Ich wohl noch denken, wenn der verhaßte Feind

Mir die Geliebte raubt? Ja doch beim Himmel!

Nie soll’s gescheh’n! Ich schwör’ es!

LORENZO.

Du rasest! entschwand Dir

Nicht jede Hoffnung?

ROMEO.

Eine noch bleibt mir. So höre!

Heimlich verweilen, gleich mir verkleidet,

Im Schutz des Waffenstillstandes, hier in Verona

Tausend der Meinen, zum Kampfe gerüstet.

LORENZO.

Himmel!

ROMEO.

Ganz unerwartet stürzt

Die Schaar sich auf die Feinde, und schnell geendet

Sey das heutige Fest.

LORENZO.

O Nacht voll Schrecken!

Mich machst Du zum Genossen

So blut’ger Gräuel? Machst mich zum Verräther

An diesem Hause?

Welch’ Getümmel!

ROMEO.

O Entzücken!

CHOR.

Die Montecchi!

ROMEO.

Wohl mir!

CHOR.

Zum Kampfe!

LORENZO.

Fliehe! schnell!

ROMEO.

Tebaldo, zitt’re!

Meiner Rache sollst Du fallen!

Die Trompeten hör’ erschallen,

Sie verkünden Dir den Tod!

LORENZO.

Schweige, schweige, flieh’, o fliehe!

Waffenlärm von jeder Seite!

Ach, Du bist des Todes Bente

Vom Verderben rings bedroht.

CHOR.

Bringt Waffen, schnell, ihr Leute!

Wer giebt Schutz in dieser Noth? –

Ab.

Dritte Scene.

Giulietta allein.

Still wird’s umher, – und Schweigen

Folget dem Schlachtgetümmel.

Nimm meinen Dank, o Himmel,

Frei athmet dieses Herz.

Doch an den gold’nen Decken

Sah’ ich das Blut der Meinen, –

Muß ich vielleicht, o Schrecken!

Romeo’s Fall beweinen?

Himmel! diese Angst, dies Beben –

Kaum kann ich widersteh’n.

Du nur kannst Schutz ihm geben,

Ew’ger! o hör’ mein Fleh’n!

Vierte Scene.

Romeo, Giulietta.

ROMEO.

Giulietta!

GIULIETTA.

O Gott! wen seh’ ich?

ROMEO.

Deinen Romeo, o fasse Dich!

GIULIETTA.

Entsetzen, Du wagst es?

ROMEO.

Zur Rettung

Biet’ ich Dir meine Hand.

Folg’ mir!

GIULIETTA.

Laß mich! – o Himmel!

Du tödtest mich und Dich!

ROMEO.

Komm, ich beschwöre Dich

Bei unsrer Liebe Band!

CHOR.

Tod den Montecchi!

GIULIETTA.

Fliehe!

Sie stürmen schon heran!

ROMEO.

Mitten durch ihre Reihen

Macht dieses Schwerdt uns Bahn.

Fünfte Scene.

Tebaldo und Capellio mit Bewaffneten. Lorenzo. Vorige.

CAPELLIO.

Haltet!

TEBALDO.

Was seh’ ich! der Abgesandte,

Der heut’ vom Frieden sprach?

LORENZO.

(O Gott, er ist verloren!)

ROMEO.

Ich wüthe!

GIULIETTA.

Welche Schmach!

CAPELLIO.

Bewaffnet! im Pallaste?

TEBALDO.

Gehüllt in dieses Kleid?

Hältst Du vielleicht auf’s Neue

Ein Bubenstück bereit?

Wachen, herbei!

GIULIETTA.

Haltet ein!

Vater! – O schont! Erbarmen!

CAPELLIO.

Fort von mir!

TEBALDO.

Wie kann um seinetwillen

Sorge Dein Herz erfüllen?

CAPELLIO.

Giulietta!

TEBALDO.

Keine Antwort?

Du zitterst? bist verlegen?

Wer bist Du, Bube?

ROMEO.

So wisse! –

GIULIETTA.

Nein, nein, o sprich es nicht!

ROMEO.

Ich bin Dein Nebenbuhler! –

LORENZO.

(Wie unbedacht!)

GIULIETTA.

Mein Herz – es bricht! –

TEBALDO, CAPELLIO.

Verräther, was hör’ ich? –

GIULIETTA.

Lorenzo, zu Hülfe! –

LORENZO.

O Stunde des Jammers! –

ROMEO.

Durch mich stirbt die Arme! –

TEBALDO, CAPELLIO, LORENZO.

Umflort euch, ihr Sterne! –

Bedeckt euern Schein! –

Tief hüll’ uns’re Schande

In Dunkel sich ein! –

GIULIETTA, ROMEO.

O Vorsicht, du wollest

Ihm / Ihr Rettung verleih’n!

Schwer fall’ ihre Rache

Auf mich nur allein!

CHOR.

Wir sind nah’, Romeo! –

TEBALDO, CAPELLIO.

Welch Schreien! –

ROMEO.

Meine Freunde! –

GIULIETTA.

O Wonne!

CHOR.

Er ist es!

Sieh, es kommen die Getreuen,

Dich, Romeo, zu befreien! –

CAPELLIO.

Du Romeo? – Und noch am Leben?

TEBALDO.

Ha, Verräther! Du sollst erbeben! –

ROMEO.

Blut und Leichen wollt Ihr sehen? –

Nun wohlan! es fließe Blut! –

TEBALDO, CAPELLIO, ROMEO, CHOR.

Von des Kampfes wilden Stürmen,

Die sich tobend nun erheben,

Soll Italien erbeben,

Zittern selbst des Meeres Strand! –

GIULIETTA, LORENZO.

Ende, Gott, des Kampfes Stürme,

Die sich tobend nun erheben,

Und der Rache blutig Streben

Sey in Mitleid umgewandt! –

ROMEO, GIULIETTA.

Mag für dieses Erdenleben

Jede Hoffnung uns entschwinden! –

Ja, wir werden einst uns finden,

Dort, vereint in jenem Land! –

TEBALDO, CAPELLIO, CHOR.

Zu des Kampfes wilden Stürmen,

Die sich tobend nun erheben,

Eile, Sonn’, uns Licht zu geben,

Steig’ hervor am Himmelsrand! –

LORENZO.

Sonne, steig’ mit Widerstreben

Spät hervor am Himmelsrand! –

Dritter Akt.

Gallerie in Capellio’s Pallast.

Erste Scene.

Giulietta allein.

Noch keine Kunde! – O Himmel!

Gieb mir Gewißheit! – Der Lärm der Waffen

Ist nun verstummt. Nur noch zuweilen ertönt

Mit fernen dumpfem Schalle ein leises Murmeln

Wie von Wogen des Meers nach Ungewittern.

Wer fiel im Kampfe? O Gott! wer siegte?

Wen muß ich beweinen? Dürft’ ich nur geh’n und fragen!

Gequält von bangen Zweifeln, muß ich verzagen!

Zweite Scene.

Lorenzo, Giulietta.

GIULIETTA.

Lorenzo, o sprich! –

LORENZO.

Romeo lebet!

GIULIETTA.

Ich athme! –

LORENZO.

Des nahen Felsens Gipfel

Schützt ihn und seine Schaar, bis Ezzelin

Ihm selber helfend erscheint. Doch, wisse! Du Aermste

Bald führt Tebaldo Dich nach seinem Schlosse,

Wenn Du noch zögerst, mit fester Zuversicht

Dem lang’ bewährten Freund Dich zu vertrauen!

GIULIETTA.

Was soll ich thun? – O rede! –

LORENZO.

Hast Du Muth? –

GIULIETTA.

Du fragst noch? –

LORENZO.

Nun denn! – Hier, dieses Fläschchen

Enthält ein Mittel, das in Schlummer wieget,

Aehnlich dem Tode, und Dich, die todt man wähnet,

Legt man in’s Grab an Deiner Ahnen Seite.

GIULIETTA.

Ha! welch ein Plan? Bei ihnen

Ruht auch der Bruder, den Romeo erschlagen.

Drohend wird er erstehen

Aus der modernden Gruft.

LORENZO.

Wenn Du erwachst,

Ist Dein Geliebter sammt mir in Deiner Nähe.

D’rum ohne Furcht! Du zitterst? Du zauderst?

GIULIETTA.

O Himmel! –

Mich kann der Tod nicht schrecken! –

Oft wollt’ ich ihn erflehen;

Doch ihn so nah’ zu sehen,

Erfüllt mein Herz mit Gran’n.

LORENZO.

Muthig! Auf, fasse Vertrau’n! –

Kurz wird das Grab Dich decken!

GIULIETTA.

Doch, wenn, mich zu erwecken,

Dem Trank die Kraft gebricht? –

O welch ein Bild voll Schrecken! –

Nimmer soll ich dann schauen,

Sonne, dein strahlend Licht! –

LORENZO.

Nimm doch – die Stunden fliehen,

Ich hör’ des Vaters Tritte.

GIULIETTA.

Mein Vater! – O gieb und rette mich! –

LORENZO.

Du bist gerettet, fasse Dich!

GIULIETTA.

Komm, laß uns geh’n!

Dritte Scene.

Capellio mit Gefolge. Die Vorigen.

CAPELLIO.

Verweile! –

Noch nicht im Schlummer? –

Der Ruhe kurz zu pflegen,

Gönn’ ich Dir noch die Zeit.

Geh’! dem Gemahl zu folgen,

Sey morgen dann bereit.

CHOR.

Kummer und düst’res Baugen

Hält ihren Geist umfangen.

O gönne doch der Armen

Ein Wort der Zärtlichkeit! –

GIULIETTA.

Ohne daß Du vergeben,

Kann ich von Dir nicht geh’n.

Bald schwindet dieses Leben –

Laß mich versöhnt Dich sch’n! –

Kann der so grausam strafen,

Der mir das Leben gab? –

Laß Deinen Zorn entschlafen –

Senk’ ihn mit mir in’s Grab! –

CAPELLIO.

Laß mich!

LORENZO.

(Sey ruhig! Folge mir!)

CAPELLIO.

Nach Deinen Zimmern gehe! –

CHOR.

Sie ist so nah dem Grabe –

O leg’ Dein Zürnen ab! –

Ab.

Vierte Scene.

Gegend in der Nähe von Capellio’s Pallast.

ROMEO allein.

Rings herrschet Stille! – Lorenzo erwartend

Will ich hier weilen. Saumsel’ger Freund! Auch er

Kann mich im Unglück vergessen.

Und ach, im Bund mit meinem Mißgeschicke

Läßt er mich hier allein mit meinen Qualen!

Fort von hier! Ich höre Tritte!

Grausam Verhängniß! –

Fünfte Scene.

Tebaldo. Romeo.

TEBALDO.

Wer bist Du, der Du’s wagest,

Im Kreise dieser Mauern umher zu schleichen?

Hörst Du mich nicht?

ROMEO.

Bleib ferne! Mein Erkennen

Brächte Dir nur Verderben! –

TEBALDO.

Wohl kenn’ ich Dich

An dem verweg’nen Ton, an dieser Wuth,

Die in mir glühet! –

ROMEO.

Wohlan, so sieh mich, und bebe!

TEBALDO.

Frevler! – Geb’ ich ein Zeichen,

Naht sich die Schaar der Meinen!

Doch nur von meinen Streichen

Ereilt Dich hier Dein Loos! –

ROMEO.

Komm, Feiger! ich verachte Dich,

Und Jene, die Dich umgeben.

Bald bärg’st Du gern Dein Leben

Tief in der Erde Schooß.

BEIDE.

Ein feindliches Geschicke

Umdüstert Deinen Sinn,

Und reißt mit schwarzer Tücke

Dich in’s Verderben hin! –

TEBALDO.

Zum Kampfe! –

ROMEO.

Zum Kampfe! –

TEBALDO.

Verweile! –

ROMEO.

Welche dumpfe Klagetöne! –

CHOR.

Ach, armes Mädchen! –

ROMEO.

Klänge

Der Trauer sind’s.

TEBALDO.

Wem gelten sie? –

Sechste Scene.

Ein Trauerzug erscheint. Vorige.

CHOR.

Friede sey Deiner Seele

Nach so viel bangen Leiden! –

Selige Himmelsfreuden

Winken dort oben Dir! –

ROMEO.

Giulietta!

TEBALDO.

Todt!

ROMEO.

Ha, Barbaren! –

ROMEO, TEBALDO.

Die Sinne schwinden mir! –

ROMEO.

Todt Giulietta! – Ha, Verworfener!

Nur durch Dich sank diese Rose! –

Weide jetzt an ihrem Loose

Dein verruchtes, schwarzes Herz! –

Auf! durchbohre diesen Busen –

Segnen will ich Dich im Scheiden! –

Hohes Glück in meinen Leiden

Kann der Tod mir nur verleih’n! –

TEBALDO.

Mehr als Du fühl’ ich den Jammer! –

Meine Lieb’ ist nun Verbrechen! –

Kannst du, o Himmel, so schwer dich rächen?

Mich durchglüht der Hölle Schmerz! –

Lebe, lebe, Unglücksel’ger! –

Keine Schuld darfst Du bereuen:

Von der Qual mich zu befreien,

Dies vermag der Tod allein! –

Vierter Akt.

Die Grabmäler der Capuleti.

Erste Scene.

Romeo mit seinen Gefährten.

CHOR.

Hier sind wir! – Möge Dein kühnes Wagen,

In diese Gruft zu dringen,

Dir nicht Verderben bringen,

An diesem Ort der Nacht! –

ROMEO.

Hier ist das Grabmal! Mit Blumen noch bestreut,

Ach noch von Thränen feucht! Nimm auch die meinen,

Die bitt’rer Schmerz und Zärtlichkeit ihr weinen.

CHOR.

O Herr, ermanne Dich!

ROMEO.

Ein and’res Opfer, mehr als Thränen,

Soll Dir in Kurzem werden.

CHOR.

Gebieter, o hemme der Seele Schmerz!

ROMEO.

Nächtliches Dunkel, das die Gruft umhüllt,

Weich’ einen Augenblick des Tages lichtem Glanz

Und zeige mir noch einmal deine Beute!

Oeffnet des Sarges Deckel, daß ich sie siehe!

Ha! Giulietta, meine Giulietta!

Du bist’s, – ich sehe Dich! Ja! ich habe Dich wieder!

Nein! nicht verblichen, nur leise schlummernd

Und harrend Deines Freundes, daß er Dich wecke.

Wach’, o erwache bei meinen Klagetönen!

Dich rufet Dein Romeo!

CHOR.

Er redet irre! Komm, folg’ uns, laß uns eilen!

Längeres Weilen bringet uns Gefahr.

ROMEO.

Nur einen Augenblick laßt mich noch hier.

Wohl giebt es manch Geheimniß, das der Kummer,

Ach, nur dem Grabe mag vertrauen.

CHOR.

Dich lassen? einsam? in solchem Schmerz?

Du zerreißest uns das Herz.

ROMEO.

Entfernt Euch! ich will es!

Chor ab.

Zweite Scene.

Romeo allein.

Giulietta, Du sollst allein, Theure,

Mich hören! Ach, eitles Hoffen! Verschlossen

Für meinen Jammer ist das Ohr der Geliebten.

Wie steh’ ich einsam, ach! wie verlassen auf Erden!

Verweile, reine Seele,

Daß ich an Deiner Seite

Dich selig froh geleite

Zu jenen lichten Höh’n. –

Du kannst nicht ohn’ Erbarmen

Mich einsam hier verlassen,

Und, fern von Dir, mich Armen

In meinem Jammer seh’n. –

Hervor, mein einz’ger Retter,

Du Trank des Todes, der ewig uns vereint!

O komm’ an meine Lippen! –

Und ihr empfangt von mir den letzten Athemzug,

Gräber, wo meine Feinde schlafen! –

Dritte Scene.

Giulietta erwacht. Romeo.

GIULIETTA.

Ah! –

ROMEO.

Welcher Seufzer!

GIULIETTA.

Romeo!

ROMEO.

Gott! ihre Stimme!

GIULIETTA.

Romeo!

ROMEO.

Sie spricht zu mir, sie ruft mich zu sich!

Himmel! was erblick’ ich?

GIULIETTA.

Romeo!

ROMEO.

Giulietta! o Gott!

GIULIETTA.

Bist Du’s?

ROMEO.

Du athmest?

GIULIETTA.

Ach, um nimmer Dich zu lassen,

Siehest Du mich hier erwachen;

Nur zum Schein lag ich im Tode.

ROMEO.

Ha! was sagst Du?

GIULIETTA.

Du weißt nicht? sah’st Du Lorenzo nicht?

ROMEO.

Nichts anders sah’ ich,

Nichts anders wußt’ ich,

Als Dich im Grabe,

Und ich eilte, ich Unglücksel’ger!

GIULIETTA.

Wohlan, Geliebter! Dein bin ich nun!

Und aller Schmerz entschwindet

In Deinen Armen! – Nun komm’!

ROMEO.

Hier muß ich weilen, ja, ewig, ewig, hier!

GIULIETTA.

Was muß ich hören? rede, rede! –

Ach Romeo! –

ROMEO.

Du weißt nun Alles!

GIULIETTA.

Unglücksel’ger! welch’ Beginnen!

ROMEO.

Dir zur Seite wollt’ ich erblassen!

GIULIETTA.

Helft! herbei! – Laß mich von hinnen!

ROMEO.

Bleibe, zu spät!

GIULIETTA.

Kann ich es fassen?

ROMEO.

Mir im Busen wühlt das Verderben.

GIULIETTA.

Laß mit Dir, mit Dir mich sterben!

Einen Dolch!

ROMEO.

O nein! vergebens!

GIULIETTA.

Dieses Fläschchen!

ROMEO.

Es ist geleeret! –

Leb’! o leb’, um meinen Leiden

Wehmuths-Thränen einst zu weih’n.

GIULIETTA.

Möge doch vor Deinem Scheiden

Mir der Tod beschieden seyn!

ROMEO.

Laß mich an’s Herz Dich drücken!

Nacht – wird’s – vor meinen Blicken.

GIULIETTA.

Vom Grab’ muß ich erstehen,

Ach, und Du sink’st hinein!

ROMEO.

Schweig! Deinen Schmerz zu sehen,

Ist mehr als Todespein.

Ha! welch ein Schleier, – o rede,

Ein einzig Wort von Dir!

Gedenke unsrer Liebe –

Giulietta – ich sterbe – leb’ wohl!

GIULIETTA.

Romeo! O verlaß mich nicht –

Scheide noch nicht von mir!

Hier soll Dein Ruhbett seyn –

Romeo! – Er stirbt! – O Gott!

Vincenzo Bellini – Beatrice von Tenda

Vincenzo Bellini
Beatrice von Tenda

Tragische Oper in zwei Akten

Personen

Filippo Maria Visconti, Herzog von Mailand

Beatrice von Tenda, seine Gemahlin

Agnese del Maino

Orombello, Herr von Ventimiglia

Anichino, ehemaliger Minister des Facino Cane

Rizzardo del Maino, Agnesens Bruder

Höflinge. Richter. Bewaffnete

Hofdamen. Wachen

Die Handlung spielt im Castell Binasco, im Jahre 1418.

Erster Akt.

Innere Halle im Schlosse Binasco.

Erste Scene.

Einige Höflinge. Filippo.

CHOR.

Wie, Gebieter! das Fest der Freude

Wolltet Ihr so schnell verlassen?

FILIPPO.

Laßt, o laßt mich! was dort ich sehe,

Muß ich fliehen, muß ich hassen!

CHOR.

Beatrice?

FILIPPO.

Ja! Wie drückend

Sind die Fesseln, die mich binden!

Meine Herrschaft beschränkt zu finden,

Lieb’ und Treue ihr zu lügen,

Ihren Launen mich zu fügen,

Wenn aus ihr der Argwohn spricht!

Dieser Qual muß ich erliegen –

Nein, ich trag’ es länger nicht!

CHOR.

Ja, die Last ist schwer zu tragen!

Doch des Zwanges könnt Ihr Euch entheben!

FILIPPO.

O wie gerne!

CHOR.

Wer könnt’ es wagen,

Euerm Wunsch zu widerstreben?

Nein nicht länger dürft Ihr schweigen,

Eilt, als Herrscher Euch zu zeigen!

Die Vasallen, die ihr dienen,

Könnten leicht sich sonst erkühnen,

Ihren Herzog zu verrathen,

Fielen treulos von Euch ab,

Pochend auf der Fürstin Staaten,

Die als Gattin sie Euch gab.

AGNESE.

Wahn ist’s, daß auf dem Throne

Des Lebens Glück Dir blühet.

Wenn uns die Liebe fliehet,

Kann uns kein Thron erfreu’n!

FILIPPO.

Agnese! Wie treffend!

CHOR.

In Eure Gefühle stimmt ihr Gesang mit ein.

AGNESE.

Was mag das Herz beglücken

Fern von der Lieb’ Entzücken?

Den Pfad mit Blumen schmücken

Kann Liebe nur allein!

FILIPPO.

Auf meinen Wegen

Sproßt keine Blume der Freude!

CHOR.

Eilt dem Glück entgegen!

Wagt nur die läst’gen Bande

Mit fester Hand zu trennen,

Dann werden alle Herzen

Liebend für Euch entbrennen.

Keine wird Euch verschmähen, –

Alle besieget Ihr.

FILIPPO.

Alle? (Du holde Agnese!

Ach, Du genügtest mir.

Was Du mir bist, o Theure,

Kann nur mein Herz Dir sagen!

Du stillst des Kummers Plagen,

Linderst der Sehnsucht Schmerz.

Könnt’ ich zum höchsten Throne

An meiner Hand Dich führen!

Doch keine Erdenkrone

Lohnte Dein edles Herz!)

CHOR.

Laßt die Hoffnung nicht entschwinden,

Von dem Zwang Euch zu erretten.

Schmachtend bald in schönern Ketten,

Lächelt Euch die Lieb’ auf’s Neu!

FILIPPO UND CHOR.

Nicht verzagt! Vielleicht im Stillen

Ist das Glück mit mir / Euch im Bunde

Nütz’ ich / Nützt Ihr nur die günst’ge Stunde,

Steht auch seine Gunst mir / Euch bei!

Alle ab.

Zweite Scene.

Agnesens Gemach.

OROMBELLO.

So bin ich denn am neidenswerthen Orte,

Der, theure Beatrice, Dich umfängt;

Dich, die dem Himmel mir zum Trost entstiegen;

Der hat gnädig Gott die Wunderkraft geschenkt,

Das Zürnen meines Schicksals zu besiegen.

O Heißgeliebte! wie viel Schmerzensthränen

Entladest meinem Auge Du allein;

Ja, Du wirst ewig meines Herzens Sehnen,

Die Seele meines ganzen Lebens sein.

Den Himmel seh’ ich sich vor mir erschließen,

Blickst Du mich an, und lächelst Du mir zu;

Laß mich als Edens Engel Dich begrüßen,

Der Schutzgeist meines Daseins bist ja Du.

Ha! als ich Dich zum Erstenmal gesehen,

Und wonn’entflammt in’s Antlitz Dir geschaut,

Da wagt’ ich still »O liebe mich« zu flehen,

Doch stumm blieb Deiner Lippen süßer Laut.

Allein in Deinem Auge konnt ich lesen,

Was schüchtern mir verschwieg Dein holder Mund;

Da schien es mir, Du angebetet Wesen,

Als lächle mir das ganze Weltenrund.

Dritte Scene.

Agnese, der Vorige.

AGNESE.

Saget, was soll dies Staunen?

Kommt doch näher!

OROMBELLO.

Verzeihung!

Von fern vernahm ich – die holden Töne –

Und das Verlangen, zu wissen,

Wessen Hand sie entströmten,

Ließ mich wagen – Verzeihung, Agnese!

AGNESE.

Wie, Ihr entfernt Euch? O bleibet!

Kommt näher!

OROMBELLO.

(O Gott!)

AGNESE.

Ich bitte!

Und nur der Neugier dank’ ich diese Freude,

Euch hier zu sehen?

OROMBELLO.

(Was sag’ ich ihr?)

AGNESE.

Und war es kein and’res Sehnen?

OROMBELLO.

Welch’ and’res Sehnen?

AGNESE.

Kann nicht in dieser Stunde,

Vertieft in Schwärmerei’n, ein fühlend Herz

noch wachen,

Und, unter Seufzern, der verschwieg’nen Laute

Ein theures Wort vertrauen, –

Den Namen Orombello?

OROMBELLO.

Wie? Meinen Namen? Unmöglich

AGNESE.

Weg mit Verstellung! Ihr müßt es wissen!

OROMBELLO.

(O Himmel!)

AGNESE.

Sah ich vielleicht am Hofe

Euch nie erscheinen? Drangen Eure Seufzer

Nie in mein Ohr?

OROMBELLO.

(Was muß ich hören!)

AGNESE.

Erst neulich verrieth mir Euer Auge,

Was Ihr empfindet. – Er liebet,

So sprach ich! Mehr als ein Andrer,

Ist er der Liebe würdig, –

Mehr als sein stolzer Nebenbuhler!

OROMBELLO.

Was sagt Ihr?

AGNESE.

Mag ihn Glanz und Hoheit auch umschweben!

OROMBELLO.

(Gott, was hör’ ich?)

AGNESE.

Eitler Schimmer!

Eine Seele, Euch treu ergeben, –

Sie entsagt dem Glanz auf immer!

Hand in Hand mit Euch zu gehen,

Wäre ihr das höchste Glück.

OROMBELLO.

(Alles darf ich ihr gestehen, –

Längst durchschaute mich ihr Blick.)

AGNESE.

Nun, was sagt Ihr?

OROMBELLO.

Agnese!

AGNESE.

Gelangte

Nicht ein Blatt in Eure Hände?

OROMBELLO.

Ja! – O laßt mich Euch vertrauen,

Ja, ich lieb’, und diese Liebe

Ist mein Hoffen, ist mein Glück!

AGNESE.

(Welch Geständniß, welch frohe Kunde

Tönet mir aus seinem Munde!)

OROMBELLO.

Beatrice, Du mein Alles!

AGNESE.

Himmel!

OROMBELLO.

Agnese!

AGNESE.

Ich bin verloren!

OROMBELLO.

Weh! was that ich?

AGNESE.

Für sie schlägt sein Herz!

Sie geliebet! ich verhöhnet,

Hintergangen! Unsel’ger Irrthum!

OROMBELLO.

Ach, Erbarmen! Ihre Ehre, ihr Leben

Sind in Eure Hand gegeben!

AGNESE.

Und mein Leben, meine Ehre

Kann nicht Deine Sorg’ erregen?

Laß den Sturm, den Du erwecket,

Erst in meiner Brust sich legen, –

Diesen Schimpf mach’ ungeschehen, –

Meiner Qual laß mich entgehen!

Dann vielleicht fühl’ ich Erbarmen –

Dann vielleicht kann ich verzeih’n!

OROMBELLO.

Nur Dein Herz hat Dich betrogen,

Darum magst Du mir vergeben

Gern, um Deine Qual zu lindern,

Gäb’ ich selbst mein Blut, mein Leben.

Ach, umsonst hab’ ich gerungen,

Von der Schönheit Reiz bezwungen, –

Drum verzeih’, o hab’ Erbarmen!

Liebe trägt die Schuld allein.

AGNESE.

Schweige, schweige!

OROMBELLO.

Ach nein!

AGNESE.

Entfliehe!

Blutig soll ihr Schicksal enden!

OROMBELLO.

Unglücksel’ge! – Ach, ihr Leben

Ruht allein in Deinen Händen.

AGNESE.

Diesen Schimpf mach’ ungeschehen, –

Meiner Qual laß mich entgehen!

Dann vielleicht fühl’ ich Erbarmen,

Dann vielleicht kann ich verzeih’n!

OROMBELLO.

Ach, umsonst hab’ ich gerungen,

Von der Schönheit Reiz bezwungen!

Drum verzeih’, o hab’ Crbarmen!

Liebe trägt die Schuld allein.

Beide ab.

Vierte Scene.

Ein Bosket im herzoglichen Garten.

Beatrice und ihre Frauen.

BEATRICE.

Frei athm’ ich hier! Im Schatten dieser Zweige,

Umweht von süßen Düften –

O wie erquickend scheint mir des Tages Strahl.

CHOR DER FRAUEN.

Sieh’, wie die Blüthen sich am Morgen

Mit neuem Glanz erheben!

So möge frei von Sorgen,

Neu sich Dein Herz beleben!

BEATRICE.

Ach, meine Lieben!

Neigt, vom Sturme gebrochen, ihr Kelch sich nieder,

Dann erhebt keine Sonne die Blume wieder.

Dies ist mein Schicksal! so welkt, vom Sturm

gebrochen,

Meine Blüthe dahin! – So nicht Filippo,

Wolltest Du mir vergelten, als ich Dich schützte,

Meine Liebe Dir schenkte, und meine Krone!

CHOR DER FRAUEN.

Wahrheit ist’s, was sie spricht!

BEATRICE.

Welch Loos, Du Undankbarer! ward mir zum Lohne?

Nicht allein hab’ ich dies Loos zu tragen,

Nicht allein vertraur’ ich so mein Leben!

O mein Land! ich höre Deine Klagen!

Wessen Hand hab’ ich Dich übergeben!

Solchem Jammer Dich zu weihen,

Traf mein Herz die rasche Wahl.

EHOR DER FRAUEN.

(Seht, sie weinet!)

BEATRICE.

(O meine Treuen!)

CHOR DER FRAUEN.

(Klagt und seufzet –!)

BEATRICE.

(O welche Qual!)

Auch die Meinen floh das Glück,

Dessen sie sich einst erfreut.

Und der Herrin Mißgeschick

Ward für sie zu bitterm Leid!

Doch uns schützt des Ew’gen Hand,

Mild sein Auge auf uns ruht!

Wenn die Hoffnung uns entschwand,

Bleibt, zu dulden, uns der Muth.

CHOR DER FRANEN.

(Nicht verlassen bleibt für immer

Wer die Tugend sich erkor.

Bald hebt sie mit neuem Schimmer

Aus dem Dunkel ihn empor.)

Ab.

Fünfte Scene.

Filippo und Rizzardo.

FILIPPO.

Wohin kann sie entfliehen,

Daß nicht mein Auge sie

Erreichet? Geh, sie einzuholen.

Rizzardo ab.

Mein Zorn erwacht auf’s Neue!

Und – daß sie mich verrathen,

Schmerzte mich so? wünschte ich es nicht schon lange?

Und die Beweise – sind sie mir nicht willkommen?

Sechste Scene.

Beatrice. Filippo.

BEATRICE.

Du hier, Filippo?

FILIPPO.

Wo anders

Bist Du zu finden, als an düstern Orten,

Um Dein geheimes Treiben

Scheu zu verbergen?

BEATRICE.

Ja! keine Zeugen

Will ich für meine Thränen!

Und Du, vor Allen Andern,

Sollst sie nicht schauen!

Denn schon seit langer Zeit sind sie Dir lästig.

FILIPPO.

Nicht lästig hätt’ ich sie gefunden,

Wenn Du die wahre Quelle

Mir nicht verschwiegen.

BEATRICE.

Du kennst sie lange!

Und tiefer muß es mich schmerzen,

Daß Du Dich stellst, sie nicht zu kennen!

FILIPPO.

Ich sollte sie nicht kennen!

So wisse! Dein heimlich Trachten,

Dein sträflich Sinnen, das Du zu bergen wähnest,

Les’ ich auf Deiner Stirn’, im Herzen, im Blicke!

BEATRICE.

Du? mein sträflich Sinnen? und welches?

FILIPPO.

Welches? – Unwürd’ge! Falschheit und Tücke!

BEATRICE.

Falschheit und Tücke! Undankbarer!

Dies kannst Du selbst nicht wähnen!

Kummer, getäuschtes Sehnen,

Magst Du im Aug’ mir lesen, –

Betrog’ner Hoffnung Thränen,

Gekränkter Liebe Schmerz.

FILIPPO.

Wohl kenn’ ich diese Liebe!

Du kannst sie nicht verhehlen!

Die kühne Brust beseelen

Der Herrschsucht stolze Triebe,

Und Schaam und Reue quälen

Dein schuldbelad’nes Herz.

BEATRICE.

Filippo!

FILIPPO.

Ja, Ungetreue!

Kein Schein soll mich mehr blenden!

BEATRICE.

Filippo!

FILIPPO.

Die sichern Proben

Hab’ ich in meinen Händen!

BEATRICE.

Filippo, halt’ ein!!

FILIPPO.

Zitt’re! Sieh! Dein Verbrechen ist hier!

BEATRICE.

Gott! – Wie, meine Siegel

Wagst Du zu verletzen?

FILIPPO.

Ich? Ja!

Klagen empörter Knechte, –

Straflos kannst Du sie hören, –

Zürnst nicht, wenn freche Knaben

Der Treue Eid Dir schwören.

Und wagst mich anzuklagen

Als Schöpfer Deiner Plagen?

In Schuld so tief gesunken,

Nein, nein, – glaubt’ ich Dich nicht!

BEATRICE.

Klagen bedrängter Völker

Enthalten diese Schreiben, –

Wenn ich sie hört’, Unseliger!

Würdest Du Herrscher bleiben?

Sage, sind dies die Gründe,

Daß ich so streng’ Dich finde?

Liebst Du mich nicht, so achte mich,

Raub’ mir die Ehre nicht!

Die Blätter, Filippo, o gieb sie mir wieder!

Vermeide die Schande.

FILIPPO.

Umsonst ist Dein Flehen.

BEATRICE.

Nein, keine Verräth’rin kannst Du in mir sehen.

FILIPPO.

Ja, Alles verklagt Dich, die Schande trifft Dich.

BEATRICE.

Filippo!

FILIPPO.

Hinweg!

BEATRICE.

Ich flehe in Thränen –

Gieb lieber den Tod mir.

FILIPPO.

Erwarte ihn! Fort!

BEATRICE.

Ha, Unmensch, Verleumder! Dein grausam Betragen

Ermuthigt mich wieder, – verstummet, ihr

Klagen!

Die Unschuld soll Stärke und Kraft mir verleih’n.

Die Welt sei mein Zeuge, sie möge entscheiden,

Sie mag mich vertheid’gen, mir Richterin sein.

FILIPPO.

Unwürd’ge, vertilge die Spur der Verbrechen,

Dann magst Du Dich brüsten, zu droh’n Dich

erfrechen!

Verweg’ne, dann kannst Du von Schmach Dich

befrei’n.

Die Welt soll es wissen, sie möge entscheiden,

Sie wird Dich verdammen, mir Rächerin sein!

Beide ab.

Siebente Scene.

Entlegener Theil im Schlosse Binasko.

Eine Abtheilung Bewaffneter.

ERSTER CHOR.

Nun, Ihr saht ihn?

ZWEITER CHOR.

Ja, Verwirrung

Malte sich in seinen Zügen.

ERSTER CHOR.

Und was sprach er?

ZWEITER CHOR.

Durch die Gänge

Eilt er ängstlich, still, verschwiegen!

ERSTER CHOR.

Wohin ging er?

ZWEITER CHOR.

Wie ohne Absicht,

Schlich er an den Wänden hin!

ERSTER CHOR.

Doch umsonst, – er mag sich hüten,

Seine Pläne verrathen ihn.

ALLE.

Gleiche List laßt uns gebrauchen, –

Nichts vermag uns zu entgehen,

Laßt uns lauschen, laßt uns spähen,

Doch vermeidet den Verdacht.

Nein, so dunkel ist kein Schleier,

Unser Blick wird ihn durchdringen, –

Leicht fällt er in unsre Schlingen,

Glaubt er sich nur unbewacht!

Sie gehen ab.

Achte Scene.

Beatrice allein, dann Orombello.

BEATRICE.

Hier will ich sie verbergen, des Schmerzes Thränen,

Des Kummers Klagen! Ach! könnt’ ich, o Facino,

Auch Dir sie bergen, Dir, den kaum verschieden,

Die Gattin so bald vergessen, der meinen Jammer,

Des Leichtsinns Strafe schaut, und seine Rache.

Hast Du mich einst geliebet, o so vergieb,

Du Edler! Einsam, verlassen und hülflos,

Ließ ich zu bald mich verblenden, –

Ach, allzuschwer büßt mein Herz für seine Schwäche!

Orombello tritt auf.

Alles fliehet vor mir!

OROMBELLO.

O nein! Ein Freund ist nahe!

BEATRICE.

Wen seh’ ich? Orombello!

Du hier? – und heimlich!

OROMBELLO.

Alle hör’ ich jammern über Dein Schicksal,

Ich werde handeln! Nicht länger darfst Du zaudern,

Laß Deine Zweifel schwinden,

Benütze Deine Macht! Alle Provinzen

Hab’ ich bereits durchzogen, und tausend Arme,

Dir treu ergeben, zu Deinem Schutz bewaffnet.

Komm und erhebe siegreich Facino’s Banner,

Räche als Fürstin des Volks gekränkte Rechte,

Und Deine eig’ne Schmach!

BEATRICE.

Sie ruft um Rache,

Und volle Rache soll ihr werden!

OROMBELLO.

O Wonne! – Sobald es dunkelt,

Flieh’n wir aus diesen Mauern,

Tortona’s Wälle nehmen schirmend

Uns auf! Harrend empfängt Dich

Der Getreuen tapfre Schaar. Gieb Dein Versprechen,

Durch keinen neuen Aufschub die That zu hindern.

BEATRICE.

Ach, welchen Rath willst Du mir geben?

OROMBELLO.

Noch kannst Du wanken?

BEATRICE.

Nein, nicht Du darfst mich beschützen, –

Selbst den Schein muß ich vermeiden.

OROMBELLO.

Welch ein Wort!

BEATRICE.

Der Argwohn lauschet, –

Meine Ehre darf nicht leiden!

OROMBELLO.

Deine Ehre?

BEATRICE.

Mein Vertrauen

Gilt dem Neid für Gunst der Liebe;

Deiner Ehrfurcht zarte Triebe

Für geheimer Neigung Gluth!

OROMBELLO.

Ja, ich weiß!

BEATRICE.

Du? und kannst es dulden?

OROMBELLO.

Allzuwahr ist das Gerücht!

BEATRICE.

Welche Sprache?

OROMBELLO.

O zürne nicht!

BEATRICE.

Ha, verstumme! Ach, weh mir!

OROMBELLO.

Seit mein Auge Dich gesehen,

Konnt’ ich nimmer widerstehen!

Täglich wuchsen diese Flammen,

Nährten sich an Deinem Schmerz.

Kannst Du dies Gefühl verdammen,

Dann erliegt mein wundes Herz!

BEATRICE.

Schweige! flieh’! Verweg’ner!

Wem, ach wem kann ich vertrau’n?

OROMBELLO.

O Verzeihung!

BEATRICE.

Fliehe!

Neunte Scene.

Vorige. Filippo. Rizzardo. Agnese mit Gefolge, Anichino; dann Ritter, Frauen und Soldaten.

AGNESE.

Siehst Du?

FILIPPO.

Ha, Verräther!

BEATRICE. OROMBELLO.

O Gott!

FILIPPO.

Ihr seyd ertappt

Wachen!

BEATRICE.

Halt’ ein!

FILIPPO.

O schweige!

Hoffe nicht, mich zu bethören!

Dein Verbrechen –

BEATRICE.

Mein Verbrechen

Lebet nur in Deinem Wahne,

Ach, ich kenne Dich!

FILIPPO.

Auch Dich erkennet

Nun die Welt zu meiner Schmach!

OROMBELLO.

(Sie ist verloren!)

BEATRICE.

O schwarze Seele!

FILIPPO.

Zeig’ Dich schuldlos!

CHOR.

(O Schreckenstag!)

BEATRICE.

Meine Ehre willst Du mir rauben!

Schuldig kannst Du mich nicht finden!

Nein, die Welt, sie wird nicht glauben,

Was Verleumdung aus Dir spricht! –

Daß ich ihn zu mir erhoben,

Bringt Verderben mir und Schande!

Er zerreißt die zarten Bande,

Mir zum Fluch ward der Verein!

FILIPPO.

Wehe mir, in solchen Händen

Ruhte einst mein Glück, mein Leben, –

Meine Ehre seh’ ich schänden!

Schimpf und Schmach bleibt mir allein!

OROMBELLO.

(Großer Gott, welch schrecklich Leiden

Hat mein Wagniß ihr bereitet!

Gern wollt’ ich vom Leben scheiden,

Könnt’ ich sie von Schmach befrei’n!)

AGNESE.

(Armes Herz! an seinen Qualen

Magst Du jubelnd Dich nun weiden!

Seinen Hohn will ich bezahlen!

Das Verderben harret sein.)

ANICHINO.

Mit Gefahr des eig’nen Lebens

Wollt ich von der Schmach sie retten.

Meine Sorge war vergebens,

Das Verderben brach herein!

CHOR.

Ach! zu ihrem Untergange

Hat sich alle Welt verschworen.

Großer Gott, sie ist verloren!

Allzugern glaubt er dem Schein.

FILIPPO.

Ihre Strafe zu erwarten,

Führt sie Beide in’s Gefängniß.

BEATRICE.

Und Du wagst es?

FILIPPO.

Es ist beschlossen!

BEATRICE.

O des Frevels!

OROMBELLO.

Herzòg, hört’ mich!

Nur Verleumdung darf es wagen,

Eines Fehls sie anzuklagen!

Sie ist schuldlos –

FILIPPO.

Nicht für ihr Verbrechen,

Für Dich selber magst Du sprechen.

Fort!

BEATRICE.

Filippo! geh nicht weiter!

Ach, zu spät wirst Du’s bereu’n.

FILIPPO.

Fort! Gehorcht!

DIE ANDERN.

Nichts kann sie retten,

Allzugern glaubt er dem Schein!

BEATRICE.

Steht hier Niemand mir zur Seite,

Einem Weibe Schutz zu geben?

Will für mich im offnen Streite

Keiner seinen Arm erheben?

Nun, so hör’ es, ew’ger Rächer!

Mein Vertrau’n setz’ ich auf Dich!

OROMBELLO.

Ach, ein Schwerdt nur laßt mir reichen

Rächend sei’s im Kampf erhoben!

Und ich will mit blut’gen Streichen

Ihre Unschuld Euch erproben!

Ach, vergebens ist mein Wüthen!

Und die Edle fällt durch mich!

FILIPPO.

Frevler, Euerm eitlen Grimme

Ueberlassen bleibt Ihr Beide, –

Fort, daß des Gerichtes Stimme

Ueber Euer Loos entscheide.

Eine Welt, des Spruches harrend,

Richtet ihren Blick auf mich!

AGNESE.

Also rächt des Weibes Seele

Sich an einem Undankbaren!

Welche Mittel ich erwähle,

Sollst Du zitternd bald erfahren!

Unglückselig sind wir Beide,

Aber Du noch mehr als ich!

ANICHINO UND CHOR.

Dieser Adel in den Zügen,

Diese Gluth in ihren Blicken, –

Strafet die Verleumdung Lügen,

Muß den Argwohn unterdrücken.

Ihre Unschuld Du enthülle,

Ew’ger Gott, wir bau’n auf Dich!

Zweiter Akt.

Gerichtsaal im Schlosse Binasko. Wachen an den Eingängen.

Erste Scene.

Filippo. Anichino und Soldaten.

Beatricens Damen und Höflinge.

FILIPPO.

Von nun soll unbeschränkt über ihr Schicksal

Das Gesetz nur entscheiden!

ANICHINO.

Und welch Gesetz wiche nicht Euerm Spruche?

Ach, ich beschwöre Euch, Herzog,

Bei Euerm Wohle! Bedenket doch die Folgen

Dieses Gerichts! Schon kam davon die Kunde

In die nahen Provinzen! Der Pöbel murret,

Und fühlet Mitleid!

FILIPPO.

Mich soll dies nicht schrecken!

Die Thore von Binasco bleiben geschlossen

Bis zum nächsten Morgen! Keinem sei der Eintritt

In’s Schloß gestattet! Wenn die bethörte Menge

In ihrem Abgott die Frevlerin erkennet,

Preis’t sie als Recht, was jetzt Gewalt ihr dünket.

ANICHINO.

Und wer vermag als Richter

Einen Ausspruch zu fällen,

Da, wo der Herzog die Klage führet?

FILIPPO.

Genug! Spare Deine Worte –

Zu weit führt Dich Dein Eifer!

Die Sitzung beginnt!

ANICHINO.

(O Himmel! ich bebe!)

Zweite Scene.

Vorige. Die Richter. Rizzardo. Filippo Damen und Ritter. Agnese.

ANICHINO.

(Ach! taub für meine Warnung

War Orombello! Meine Furcht hat sich bewährt!)

AGNESE.

(Der Rach’ ersehnte Stunde

Ist uun erschienen! Doch kann ich mich nicht

freuen!

Tief regt in banger Angst sich mein Gewissen!)

FILIPPO.

Wie, Richter, habt Ihr ernst’ren Grundes willen

Vor meinem Angesicht Euch noch versammelt;

Es gilt, zu richten heut so schwarze That,

Daß ich, der Herzog selbst, gezwungen ward,

Dem Spruch des Rechtes sie zu unterwerfen.

Wer auch die Schuld’ge sei, wer ihr Verkläger;

Laßt Eurem Spruch es keinen Eintrag thun;

Bedenkt nur Eins: daß ich ein Urtheil ford’re,

Wie es der höchsten Macht im Staat gebührt.

RICHTER.

Sei denn die Schuldige uns vorgeführt.

Dritte Scene.

Vorige. Beatrice von Wachen umgeben.

CHOR DER RIC HTER.

Die Klage schwerer Frevel lastet

Auf Euerm Haupte. Ihr mögt vor dem Gerichte

Von der Schuld Euch befrei’n!

BEATRICE.

Und wer gab Euch das Recht,

Ueber mich Gericht zu halten?

Wohin ich immer den Blick mag wenden,

Seh’ ich in diesem Kreise nur meine Vasallen

FILIPPO.

Und siehst Du nich

Den Herzog, den verrath’nen Gemahl?

BEATRICE.

Einen Verräther, der meine Huld und Milde

Mit Undank lohnet, meine Liebe mit Schande!

FILIPPO.

Du nennest Liebe – Verbindung

Mit den Feinden, – Empörung

Der Vasallen – und dann am Hofe

Die üppigen Gelage

Mit Zitherschlägern und frechen Harfenspielern?

Himmel! dies nennst Du Liebe?

BEATRICE.

Schweige! – o schweige!

Jede Beschuldigung vernehm’ ich unerschüttert,

Doch mein Herz empört die Klage

So niedern Frevels. O wag’ es nicht, Filippo!

So schwer mich zu beschimpfen,

Lascari’s Tochter, die Wittwe eines Helden!

CHOR DER RICHTER.

Dein Mitgefang’ner

Nennet Dich schuldig! Bringt Orombello!

BEATRICE.

O Himmel! verleih’ mir Kraft und Stärke!

CHOR DER RICHTER.

Hier ist er!

Vierte Scene.

Vorige. Orombello mit Wachen.

AGNESE.

(Weh mir! ach, wie elend

Ist der Arme durch meine Rache!)

OROMBELLO.

Zu welcher neuen Qual will man mich führen?

CHOR DER RICHTER.

Tritt näher! – Ihr gegenüber rede!

Bekräft’ge Dein Geständniß!

BEATRICE.

Orombello!

OROMBELLO.

Die Stimme, – sie ist es!

Und warum muß ich noch leben?

BEATRICE.

Unglücksel’ger! Dein falsch Bekenntniß –

Welchen Vortheil konnt’ es Dir geben?

Darfst Du hoffen, daß, wenn ich sterbe,

Sie vom Tode Dich befrei’n?

Du wirst sterben, als Verbrecher

Wird man Dich dem Tode weih’n!

OROMBELLO.

Schon’, o schone! – ach, wenn Du wüßtest –

Ja mir selber bin ich ein Gräuel!

Höllenqualen hab’ ich erduldet,

Die kein Mensch vermag zu fassen, –

Und die Kraft, sie zu ertragen,

Mußte endlich mich verlassen.

Nur der Schmerz hat mich bezwungen,

Das Geständniß mir entrungen.

Doch hier – hier in Deiner Nähe,

Wo den Tod ich vor mir sehe,

Werde laut vor allen Zeugen

Deine Unschuld offenbar.

BEATRICE.

Dank, o Gott!

AGNESE.

(Ha! mein Gewissen!)

ANICHINO.

(Hört, o Herzog!)

FILIPPO.

(Ich hör’ den Frechen!)

CHOR DER RICHTER.

Allzuweit bist Du gegangen!

Schweig’ und zitt’re!

OROMBELLO.

Nimmer soll der Tod mich schrecken,

Wenn die Edle mir verzeiht!

CHOR DER RICHTER.

Um die Wahrheit zu entdecken,

Steht die Folter noch bereit!

BEATRICE.

Volle Sühnung hast Du gegeben –

Deine Schuld ist abgetragen!

Makellos schließt sich mein Leben –

Und der Tod macht mich nicht zagen!

Möge huldvoll, wie ich vergeben,

Auch der Himmel Dir verzeih’n!

OROMBELLO.

Du wirst leben! nein! die Vorsicht

Duldet nicht ein solch Verbrechen.

Nur an mir, dem Lebensmüden,

Mag sich Haß und Bosheit rächen.

O wie gern, da Du vergeben,

Duld’ ich nun des Todes Pein!

FILIPPO UND CHOR DER RICHTER.

(Mächtig spricht in diesen Tönen

Eine Stimme mir zum Herzen!

Doch ich ließe mich versöhnen,

Rühren mich durch ihre Schmerzen?

Nein, hier walte nur die Strenge,

Fern soll uns das Mitleid sein!)

AGNESE UND CHOR DER FRAUEN.

(Das Geschick der Tiefgebeugten

Flößt mir Angst und Mitleid ein!)

FILIPPO.

Weil der Schuld’ge widerrufet,

Wollt Ihr darum nicht entscheiden?

ANICHINO.

Schenke Freiheit ihnen Beiden!

FILIPPO.

Freiheit?

AGNESE.

O Wonne!

CHOR DER RICHTER.

Nein, unmöglich!

Das Gesetz sei nicht umgangen!

Um Gewißheit zu erlangen,

Tritt auf’s Neu’ die Folter ein!

ANICHINO, AGNESE UND FRAUEN.

(Welch Entsetzen!)

BEATRICE.

(Ungeheuer!)

OROMBELLO.

Ha, wer wagt’s, sie zu verletzen?

Ew’ger Rächer, Deine Blitze

Schleud’re Du auf sie herab!

CHOR DER RICHTER.

Führet ihn zur Folter ab!

BEATRICE.

Haltet! Haltet! – Ach nur zwei Worte!

Keine Klage sollst Du hören!

Dies bedenke: Es lebt ein Rächer!

FILIPPO UND CHOR DER RICHTER.

Strafe ziemet dem Verbrecher!

Ja, sie soll vollzogen sein!

BEATRICE.

Komm’, o Freund, uns winket Beiden

Ew’ger Lohn nach kurzen Leiden.

Frommer Muth – er wird besiegen

Folterqual und Todespein!

OROMBELLO.

Ja, ich folge!

AGNESE.

Ich muß erliegen!

ANICHINO.

Keine Macht kann sie befrei’n!

FILIPPO UND CHOR DER RICHTER.

Kann die Reu’ Cuch nicht bewegen,

Das Geständniß abzulegen,

Nun so mag, es zu erzwingen,

Euch die Folter sich erneu’n!

AGNESE.

Könnt’ ich Rettung ihnen bringen!

ANICHINO UND CHOR DER FRAUEN.

Schützen kann sie Gott allein!

BEATRICE.

Ist die Tugend hier auf Erden

Roher Willkühr übergeben,

Dann entsag’ ich gern dem Leben,

Tod, Du sollst willkommen sein!

OROMBELLO UND BEATRICE.

Nein, mein Herz soll nicht erbeben,

Jenseits schwindet jede Pein!

Ab.

Fünfte Scene.

Filippo allein, dann Anichino, Damen und Höflinge.

FILIPPO.

Sie fühlt Gewissens bisse? Wenn ich sie nicht empfinde,

Wer dürft’ es? Und wer sie fühlt, mag sie verbergen!

Sie mir zeigen, heißt mich verdammen! Ruhig und

heiter

Will ich erscheinen. Bin ich’s vielleicht? Kann ich

es sein?

Nein! Von geheimen Grau’n bebt mir die Brust!

Ha! Gleich einem Nachtgespenst starrt es mich an!

Eine Grabesstimme – schaurig mir drohend,

Zittert durch die Lüfte! – Ist es Täuschung?

Traf nicht mein Ohr ein leises Jammern?

Sie ist es! sie selber, die von der Folter

Zum Kerker wanket! o halt’ ein, bange Klage!

Ha! wer nahet?

ANICHINO.

Mein Herzog! Beatrice bekannte nicht.

Doch die Versammlung verdammt sie zum Tode!

Nur noch Dein hoher Name

Fehlt hier auf diesem Blatte!

FILIPPO.

Sie bekannte nicht?

ANICHINO.

Die Unschuld beugt keine Marter.

CHOR.

In Deiner Hand, Gebieter,

Ruht das Geschick der Armen,

O zeige Huld, Erbarmen, –

Ach höre unser Fleh’n!

FILIPPO.

Nein! ich bin entschlossen,

Das verhängnißvolle Blatt, – ich will es unterschreiben!

Ha! unmöglich! Ich fühle mein Herz sich sträuben!

Als ein Flüchtling irrt’ ich im Lande,

Sie erhob mich zu Glanz und Ehre!

Und ich lohn’ ihr mit Schmach und Schande,

Ich bereite ihr – das Beil!

Flieh’n muß ich der Menschheit Blicke,

Die sich schaudernd von mir kehret.

Meine Ruhe ist zerstöret,

Und dahin mein ewig Heil!

Ja, sie lebe! – Welch’ ein Lärm!

Ha, wer nahet? Geht und sehet!

CHOR DER FRAUEN.

Welch’ ein Schrecken?

FILIPPO.

Sprecht!

CHOR.

O Herr!

Laßt die Thore schnell verwahren!

Denn die alten Kriegerbanden,

Die im Sold Facino’s standen,

Sammeln sich zu dichten Schaaren,

Um die Fürstin zu befrei’n!

FILIPPO.

Und schon hört’ ich des Mitleids Stimme,

War entschlossen, ihr zu verzeih’n?

Ja, das Urtheil sei vollzogen!

CHOR.

Gnade, Herr! hört unser Flehen!

FILIPPO.

Diese Kühnheit der wilden Menge

Stürzt die Schuld’ge in’s Verderben;

Ihr Verbrechen, nicht meine Strenge,

Führet sie zum Blutgerüst!

Tief in’s Grab mit ihr versinket

Jeder Kampf um Reich und Krone.

Ja, sie falle, – auf meinem Throne

Faßt der Raum uns Beide nicht!

CHOR.

Höret doch den Ruf der Gnade,

Der zu Euerm Herzen spricht.

Alle ab.

Sechste Scene.

Vorhof zu den Gefängnissen des Schlosses.

Frauen und Diener der Beatrice. Schildwachen.

CHOR DER FRAUEN UND DIENER.

Sie betet!

Nichts soll die arme Dulderin

In ihrer Andacht stören!

Nie stiegen rein’re Bitten

Auf zu des Himmels Sphären!

Nie blickte Gott hernieder

Auf ein so reines Herz,

Heilig durch frommen Glauben,

Und durch erlitt’nen Schmerz.

Mög’ in der letzten Stunde

Treu sich ihr Muth bewähren,

Daß selbst des Todes Qualen

Nicht ihr Vertrauen stören.

Und ihre hohe Tugend,

Die mit verruchten Händen

Die Bosheit wagt zu schänden,

Besiegle ein frommer Tod.

Siebte Scene.

Vorige. Beatrice.

BEATRICE.

Stumm war die Lippe!

Mit nie gekanntem Muthe stärkte mich

Der Himmel! und nichts bekannt’ ich!

O Wonne! Ich besiegte den Schmerz! –

Ich sterbe, Ihr Freunde!

Doch ruhmvoll sterb’ ich, und hell umstrahlet

Vom Glanze der Tugend. Nicht so jene Frevler!

Die mit der Bosheit Waffen die Unschuld verfolgen,

Ihr ruchloses Urtheil

Mag die Nachwelt bestrafen!

CHOR.

So sei’s! –

BEATRICE.

Mein Tod bring’ Filippo Schande,

Mein Blut, vom Beil vergossen,

Fall’ auf des Frevlers Haupt!

Wer es auch sei, der zu meinem Sturze

Sich mit ihm verbunden!

Achte Scene.

Vorige. Agnese.

AGNESE.

Ha!

ALLE.

Agnese!

AGNESE.

Halt’ ein! Laß Deine Zunge

Mich nicht verdammen! Im Stanb zu Deinen

Füßen

Laß mich vor Reue, vor Angst vergehen!

BEATRICE.

Agnese, Dich quälet Reue?

AGNESE.

Ja, ew’ge Reue! Durch mich gehst Du zum Tode –

Ich liebte Orombello!

BEATRICE.

Ha, was sagst Du?

AGNESE.

Ich wähnte, er sei Dir theuer!

Ich schlich in Deine Zimmer,

Stahl Deine Briefe, und kaufte Dein Verderben

Mit meiner Ehre.

BEATRICE.

Schändliche! –

Schweige, fliehe! meide meine Blicke

Daß in dieser Stunde,

Wo mein Leben sich endet,

Ein Fluch die Lippe nicht entweiht!

AGNESE.

Erbarmen!

OROMBELLO.

Ach, eine Engelsstimme

Dringet in diese Mauern.

Sie wehrt den Todesschauern,

Und – lehret mich verzeih’n!

AGNESE.

Hört, er verzeiht!

BEATRICE.

Laß uns in Frieden scheiden,

Da Dir sein Mund vergeben!

Mag Dir, versöhnt mit Beiden,

Die Ruhe sich erneu’n!

AGNESE.

Daß ich mein Dasein trage,

Hast Du mir Kraft gegeben!

Ich will mein ganzes Leben

Nur weinen und bereu’n!

ANICHINO UND CHOR.

O Gott, sieh die Thränen,

Du wollest ihr verzeih’n.

BEATRICE.

Was hör’ ich?

AGNESE.

Weh’ mir!

BEATRICE.

Ich sehe

Des Trauerzuges Nähe!

Letzte Scene.

Vorige. Rizzardo mit Hellebardieren und Gerichtspersonen.

ALLE.

Ach! die Hoffnung entschwand!

BEATRICE.

Laßt meinen Muth jetzt nicht erliegen!

Nur noch ein Tropfen, ihr Freunde!

Und endlich ist er ausgetrunken

Dieser Kelch bitt’rer Leiden! –

ALLE.

O nimm ihn, Allmächt’ger, o nimm ihn von

ihr! –

BEATRICE.

Ihn ganz zu leeren,

Hat Gott mir Kraft verliehen! –

Ich bin bereit!

AGNESE.

Weh mir, ich sterbe!

BEATRICE.

So lebt denn wohl!

Wenn man mir ein Grab vergönnet,

Laßt ein Blümchen ihm entblühen,

Betet dort auf Euern Knieen,

Für Filippo, nicht für mich! –

Dieser Armen mögt ihr verkünden,

Daß ich sterbend sie umarmet!

Laß, o Gott, sie Ruhe finden!

Ihrer Qual erbarme Dich! –

ANICHINO UND CHOR.

Unglücksel’ge! – Dies zu sehen

Hat das Schicksal uns erlesen!

Weh dem Land, wo solch ein Wesen

Durch das Henkerbeil erblich!

BEATRICE.

Nur für die, die hier verweilen,

Betet, Freunde, nicht für mich!

Kommt, ich folge!

CHOR.

Ach! Euern Segen!

Euern Segen, eh’ Ihr scheidet!

BEATRICE.

Seyd gesegnet! Ach, hemmt die Thränen!

CHOR.

Wer erwehrt der Thränen sich?

BEATRICE.

Nein, der Tod ist mir kein Leiden!

Einen Sieg hab’ ich errungen,

Gleich dem Sclaven, dem’s gelungen,

Seinen Banden zu entflieh’n.

Ohne Kummer, ohne Reue

Scheid’ ich von der Erde Freuden,

Bringe nur der Meinen Treue

Vor den Thron des Höchsten hin!

CHOR.

Möge dort zum Lohn der Leiden

Ew’ge Wonne Dir erblüh’n!

Vincenzo Bellini – Beatrice di Tenda

Vincenzo Bellini

Beatrice di Tenda

Tragedia lirica in due atti

Personaggi

Filippo Maria Visconti, Duca di Milano

Beatrice di Tenda, di lui moglie

Agnese del Maino

Orombello, signore di Ventimiglia

Anichino, antico ministro di Facino

Rizzardo del Maino, fratelio di Agnese

Cortigiani. Giudici. Uffiziali. Armigeri

Dame. Damigelle. Soldati

La Scena è nel Castello di Binasco. L’epoen è dell’ anno 1418.

Atto Primo.

Atrio interno nel castello di Binasco.

Scena I.

Alcuni cortigiani e Filippo.

CORO.

Tu, signor! lasciar sì presto

Così splendida assemblea?

FILIPPO.

M’ è importuna … io la detesto …

Per colei che n’ è la dea.

CORO.

Beatrice!

FILIPPO.

Si: di peso

Emmi il nodo a cui son preso.

Non regnar che per costei!

Simular gli affetti miei!

Un molesto amor soffrire,

Un geloso rampognar!

È tal noja, è tal martire

Ch’ io non basto a tollerar.

CORO.

Si: ben parli … è grave il giogo …

Ma spezzarlo non potrai?

FILIPPO.

Io lo bramo.

CORO.

E pieno sfogo

A tua brama a che non dai?

Sei Visconti … Duca sei,

Sei maggior, signor di lei …

Se più soffri, se più taci,

Non mai paghi, ognor più audaci

I vassalli in lei fidanti

Ponno un di mancar di fè.

Non lasciar che più si vanti

Degli stati che ti diè.

AGNESE.

Ah! non pensar che pieno

Sia nel poter diletto:

Senza un soave affetto

Pena anche in trono un cor.

FILIPPO.

O Agnese! è vero.

CORO.

Il suo canto seconda il tuo pensiero.

AGNESE.

Dove non ride amore

Giorno non v’ ha sereno:

Non ha la vita un siore,

Se non lo nutre amor.

FILIPPO.

Nè più sia lieta

D’ un sol siore la mia!

CORO.

Beatrice il vieta.

Ah! se tu sossi libero

Come gioir potresti!

Di quante belle ha Italia

Nobil desìo saresti:

Tutte a piacerti intese,

Tutte le avresi al piè.

FILIPPO.

Tutte! (O divina Agnese!

Tu basteresti a me.

Come t’ adoro, e quanto

Solo il mio cor può dirti:

Gioja mi sei nel pianto,

Pace nel mio suror.

Se della terra il trono

Dato mi sosse offrirti,

Ah! non varrebbe il dono,

Cara, del tuo bel cor.)

CORO.

Di spezzar gli, odiati nodi

Il pensier depor non dei:

Se d’ un’ altra amante sei,

L’ arti sue t’ insegni amor.

FILIPPO E CORO.

Forse già disposti i modi

Ne ha fortuna in suo segreto;

E non manca a far mi / ti lieto

Che sorprenderne il favor.

Partono.

Scena II.

Appartamento di Agnese.

OROMBELLO.

Questo è il beato luogo

Ove tu alberghi adorata Beatrice

Spirto sceso dai Cieli a consolarmi;

E l’ ira a placar del mio destin perverso

A tè concasse Iddio.

Ah! quante amare lagrime

Mio ben per te versai

Tù del mio core l’ anima

Nel viver mio sarai

Il ciel nel tuo sorrìso

Io veggo ognora in te

Angiol di Paradiso,

Un dio tu sei per me.

… … . Ti vidi,

O cara e in estasi d’ amor;

D’ amor che l’ alma invase

M’ami ti dissi, e tacito

Il labbro tuo rimase.

Ma il guardo lusinghiero

Mi savellò d’amor,

E l’universo intero

Mi parve un riso allor.

Scena III.

Agnese e detto.

AGNESE.

Onde così sorpreso?

Vi mostrate?

OROMBELLO.

Perdono. – Udìa … passando …

Soavi note … e me traea vaghezza ..

Di saper da che man venian destate.

Perdono, Agnese …

AGNESE.

Uscite voi? – Restate. –

Sedete.

OROMBELLO.

(O ciel!)

AGNESE.

Sedete. – E fia pur vero

Che curiosa brama

Sol vi spingesse?

OROMBELLO.

(Oh! incauto me!)

AGNESE.

Null’ altro

Desir fù il vostro?

OROMBELLO.

E qual, Contessa?

AGNESE.

E in queste

Ore sì tarde non può forse un core

Vegliar co’ suoi pensieri … e sospirando

Confidar al liuto un earo nome …

Il nome d’ Orombello?

OROMBELLO.

Il nome mio?

Chi mai?

AGNESE.

Che val tacerlo? Avvi.

OROMBELLO.

(Gran Dio!)

AGNESE.

Voi fra il ducal corteggio

Non veggo io forse? Sospirar non v’ odo?

Gemer sommesso? …

OROMBELLO.

(Oh! che mai sento?)

AGNESE.

Un giorno

Si riscontrar i nostri occhi intenti e fissi –

Egli ama, egli ama, io dissi …

Degno è d’amor, più che non sia mortale …

Più che l’ altero suo rival …

OROMBELLO.

Rivale!

AGNESE.

Si: rival … regnante.

OROMBELLO.

(Ciel! che ascolto!)

AGNESE.

Ma che giova?

Nulla è un regno ad alma amante:

Più che un trono in voi ritrova …

Ogni ben che in terra è dato

È per essa il vostro amor.

OROMBELLO.

(Tutto, ah! tutto è a lei svelato …

Simular che giava ancor?)

AGNESE.

Nè vi basta? …

OROMBELLO.

O Agnese!

AGNESE.

E un foglio

Un suo foglio non aveste?

OROMBELLO.

L’ ebbi … ah! sì … findar mi voglio …

Amo, è vero, e in questo amore

E riposto il ciel per me.

AGNESE.

(Al piacer resisti, o core.

Chi beato al par di te?)

OROMBELLO.

Oh! celeste Beatrice!

AGNESE.

Ella!

OROMBELLO.

Agnese! …

AGNESE.

Oh! me infelice!

OROMBELLO.

Ciel! che feci?

AGNESE.

Amata ell’ è!

Ella amata! ed io schernita! …

Io delusa! … ahi crudo areano!

OROMBELLO.

Ah! pietade … la sua vita,

La sua fama è in vestra mano!

AGNESE.

É la mia? … la mia … spietato!

Nulla è dunque agli occhi tuoi?

Ah! l’ incendio in me destato

Spegni in pria, se tu lo puoi …

Fa che un’ ombra, un sogno sia

La mia pena e l’ onta mia …

Ed allora … allor capaee

Di pietà per lei sarò.

OROMBELLO.

M’ odi, ah! m’ odi … ah! tu non sei

Nè oltraggiata, nè schernita.

Per calmarti io spenderei

Il mio sangue, la mia vita …

Ma perdona se costretto

Da potente immenso affetto

Tutto il prezzo del tuo cuore

Il mio cor sentir non può.

AGNESE.

Taci, taci.

OROMBELLO.

Ah! nò …

AGNESE.

T’ invola.

L’ ira mia di più s’accende.

OROMBELLO.

Ah! crudele, da te sola

La sua vita omai dipende.

AGNESE.

Fa che un ombra, un sogno sia

La mia pena e l’ onta mia,

Ed allora, allor capace

Di pietà per lei sarò.

OROMBELLO.

Ah! perdona se costretto

Da potente, ìmmenso affetto,

Tutto il prezzo del tuo core

Il mio cor sentir non può.

Partono.

Scena IV.

Boschetto nel Giordino Ducale.

Beatrice, Damigelle.

BEATRICE.

Respiro io qui … Fra queste ombrose piante,

All’ olezzar de’ siori, a me più dolce

Sembra il raggio del dì.

DAMIGELLE.

Come ogni cosa

Il suo sorriso allegra,

A voi dolente ed egra

Rechi conforto ancor!

BEATRICE.

Oh! mie sedeli!

Quando affeso il suo stelo il sior vien meno,

Più rav vivar nol puote il Sol sereno.

Quel sior son io: così languir m’ è forza,

Lentamente perir. – Ah! non è questa

La mercè ch’ io sperai d’ averti accolto,

E difeso, o Filippo, e al soglio alzato!

DAMIGELLE.

Misera! è ver.

BEATRICE.

Che non mi diè l’ingrato?

(Ma la sola, oimè! son io,

Che penar per lui si veda?

O mie genti! o suol natìo!

Di chi mai vi diedì in preda?

Ed io stessa, ed io potei

Soggettarvì a tal signor?)

DAMIGELLE.

(Ella piange.)

BEATRICE.

(Oh! regni miei!)

DAMIGELLE.

(Smania, freme …)

BEATRICE.

(Oh! mio rossor!

Ah! la pena in lor piombò

Dell’ amor che mi perdè;

I martir dovuti a me

Il destino a lor serbò.

Ma se in ciel sperar si può

Un sol raggio di pietà,

La costanza a noi darà,

Se la pace ne involò.

DAMIGELLE.

(Ah! per sempre non sarà

Vilipesa la virtù:

Più contenta e bella più

Dalle pene sorgerà.)

Partono.

Scena V.

Filippo e Rizzardo.

FILIPPO.

Ovo fuggir può tanto

Che non la segua il mio vegliante sguardo?

Va, la raggiungi.

Rizzardo parte.

Io fremo d’ira ed ardo.

L’ esser da lei tradito

Duolmi cosi! Non lo bramai sinora?

Non ne cercai, non ne sperai le prove?

Scena VI.

Beatrice e Filippo.

BEATRICE.

Tu quì, Filippo?

FILIPPO.

E altrove

Poss’ io trovarti, che in segreti luoghi,

Ove misteriosa ognor t’ aggiri?

BEATRICE.

Sì … testimoni non vo’ a’ miei sospiri.

E a te celarli io tento,

Più che ad altrui. Troppo ti son molesti

Già da gran tempo.

FILIPPO.

Nè molesti mai

Stati sarian, se la cagion verace

Detta ne avessi.

BEATRICE.

Oh! ben ti è nota … e grave

Più me la rende il simular che fai

Tù d’ ignorarla.

FILIPPO.

E ch’ io la ignori speri?

Non sai che i tuoi pensieri,

E i più segreti, e i più gelosi e rei

Io ti leggo negli occhi, in fronte, in core?

BEATRICE.

Io rei pensieri! … e quali?

FILIPPO.

Odio e livore.

BEATRICE.

Odio e livore! – ingrato!

Nè il pensi tu, nè il credi.

Duolo d’ un cor piagato,

Pianto d’ amor vi vedi,

Speme delusa, e smania

Di gelosia crudel.

FILIPPO.

Smania gelosa, è vero,

Negli occhi tuoi si stampa …

Ma gelosia d’ impero,

Ma d’altro amore è vampa,

Ma l’ ira insieme e l’ onta

D’ un’ anima infedel.

BEATRICE.

Filippo!

FILIPPO.

Sì: spergiura!

Più simular non giova.

BEATRICE.

Filippo!!

FILIPPO.

Ho in man sicura

Del tuo sallir la prova.

Trema.

BEATRICE.

Filippo!!! Basti.

FILIPPO.

La tua persidia è quì.

BEATRICE.

Ciel! … violare osasti …

Tu i miei segreti?

FILIPPO.

Io … sì.

Quì di ribelli sudditi

Soffri le mire audaci:

D’ un temarario giovane

Quì dell’ ardor ti piaci …

E a me delitti apponi?

E a me d’ amor ragioni?

Ah! non ti avrei sì perlido

Giammai creduto il cor.

BEATRICE.

Questi d’ amanti popoli

Voti e lamenti sono.

S’ io gli ascoltassi, o barbaro,

Meco sarcsti in trono?

Ah! non voler fra questi

Vili cercar pretesti.

Se amar non puoi, rispettami …

Mi lascia almen l’ onor.

Quei fogli, o Filippo – quei fogli mi rendi.

Infami il tuo nome.

FILIPPO.

E tanto pretendi?

BEATRICE.

Non farti quest’onta: io sono innocente …

FILIPPO.

No, tutto t’ accusa: tua l’ onta sarà.

BEATRICE.

Filippo!

FILIPPO.

Ti scocta.

BEATRICE.

Tel chiedo piangente …

La morte piuttosto …

FILIPPO.

Attendila … va.

BEATRICE.

Spietato! codardo! eccesso cotanto

Mi rende a me stessa, paventa

Il grido d’ un core che macchia non ha.

Il mondo che invoco, che io chiamo in difesa,

Il mondo d’ entrambi giustizia farà.

FILIPPO.

Del fallo cancella, distruggi la traccia …

Annientala, indegna! poi fremi e minaccia …

Poi spera che illesa tua fama sarà.

Il mondo che invochi, che chiami in defesa,

Il mondo d’ entrambi vendetta farà!

Partono.

Scena VII.

Parte remota nel castello di Binasco.

Un drappello d’ Armigeri.

CORO 1.

Lo vedeste?

CORO 2.

Sì: fremente

Ei ci parve, e insiem confuso.

CORO 1.

Nulla ei disse?

CORO 2.

Nò: tacente

Ei si tenne, e in sè rinchiuso.

CORO 1.

Or dov’ è?

CORO 2.

Qua e là s’ aggira,

Qual chi scopo alcun non ha.

CORO 1.

Finge invan: l’ amore o l’ ira

A tradirsi il porterà.

TUTTI.

Arte egual si ponga in opra;

Nulla ssugga agli occhi nostri,

Ma spiarlo alcun non mostri,

Nè seguirlo ovunque va.

Vel non sia, per quanto il copra,

Che da noi non sia squarciato,

S’ ei si stima inosservato,

S’ ei si crede in securtà.

Si allontanano.

Scena VIII.

Beatrice sola, indi Orombello.

BEATRICE.

Il mio dolore, e l’ ira … inutil ira …

S’ asconda a tutti. – Oh! potess’ io celarla

A te, Facino! … a te obbliato, o prode,

Appena estinto, a te, che forse or miri

Siccome tua vendetta ogni mio scorno. –

Deh! se mi amasti un giorno,

Non m’accusare, o prode. Sola, deserta, inerme

Io mi lasciai sedurre … e caro assai

Della mia debolezza io pago il sio.

Mi abbandona ciascun.

OROMBELLO.

Ciastun, non io.

BEATRICE.

Chi vedo? tu Orombello!

Tu qui surtivo?

OROMBELLO.

Della tua sventura

Favellan tutti – Opro sol io – Le lunghe

Dubbiezze tue vincer tu devi alsine,

Usar del tuo poter. Io tutte ho corse

Le terre a te soggette, e mille in tutte

Fedeli braccia a tua difesa armai.

Vieni – Si spieghi omai

Di Facino il vessillo; e di tue genti

Vendica i dritti offesi e i propri insulti.

BEATRICE.

Son essi al colmo, e non saranno inulti.

OROMBELLO.

Oh! gioja! Appena annotti,

Fuggirem queste mura e di Tortona

Ci accorranno i ripari .. Ivi raggiunta

Da più prodi sarai … Solo prometti,

Che non porrai più inciampo al mio disegno,

BEATRICE.

Oh! che mai mi consigli?

OROMBELLO.

E indigi ancora?

BEATRICE.

A ciascun sidar vorrei,

Fuor che a te la mia difesa.

OROMBELLO.

Che dì tu?

BEATRICE.

Sospetto sei …

La mia fama io voglio illcsa.

OROMBELLO.

La tua fama!

BEATRICE.

Si – Ia fede

Che in te pongo … amor si crede;

La pietà che tu nudrisci …

Tua pietà … creduta è amor.

OROMBELLO.

Io … lo so.

BEATRICE.

Nè inorridici?

OROMBELLO.

Ah! non legger nel mio cor.

BEATRICE.

Qual favella!

OROMBELLO.

Ah’ tu v’ hai letto.

BEATRICE.

Io! t’ acqueta … intesi … intesi …

OROMBELLO.

Sì: d’ immenso, estremo affetto

Da primi anni in te m’ accessi …

Coll’ età si fè maggiore …

Si nutrì del tuo dolore …

Mi sforzai celarlo invano …

O perdono morte avrò.

BEATRICE.

Taci … parti … audace! insano!

Oh! in qual cor più siderò?

OROMBELLO.

Deh! perdona.

BEATRICE.

Sorgi.

Scena IX.

Filippo, Rizzardo, Agnese con seguito, Anichino, indi Cavalieri, Dame e soldati.

AGNESE.

Vedi?

FILIPPO.

Traditori!

BEATRICE. OROMBELLO.

Oh! ciel!

FILIPPO.

Guardie!

BEATRICE.

Arresta.

FILIPPO.

E credi …

Poter sì che ancor t’ ascolti?

La tua colpa …

BEATRICE.

Non seguire.

Ella esiste in tuo desire.

Ti conosco.

FILIPPO.

E a mia vergogna

Conosciuta or sei tu quì.

OROMBELLO.

(L’ ho perduta!)

BEATRICE.

O vil rampogna!

FILIPPO.

Puoi scolparti?

CORO.

(Oh! infausto dì)

BEATRICE.

Al tuo core, al reo tuo core

Lascio, indegno, il discolparmi;

Cerchi invano, o traditore,

D’ avvilirmi, d’ infamarmi.

Ah! tal onta io meritai

Quando a me quest’ empio alzai.

Dell’ amor che mi ha perduta

Sol tal frutto a me restò.

FILIPPO.

A ben tristo e amaro prezzo

Di tal donna ebb’ io l’ amore:

Se il disprezzo è in me maggiore

O lo sdegno io dir non sò.

OROMBELLO.

(Sconsigliato! in qual la trassi

Di miseria abisso orrendo!

Giusto ciel, n eppur morendo

L’ error mio scontar potrò.)

AGNESE.

(Godi, esulta, o cor sprezzato,

Del dolor di questo ingrato:

Vide il tuo, lo vide estremo,

Nè pietà per te provò.)

ANICHINO.

Ciel, tu sai com’ io volea

Prevenir sì ria sventura!

Ah! fù vana ogni mia cura

Il destino l’ affrettò.)

CORL.

(Tutto, ah! tutto a farla rea

Qui congiura a un tempo istesso:

Giusto ciel, d’ innanzi ad esso

Come mai scolpar si può?)

FILIPPO.

Al castigo lor dovuto

Ambo in ferri custodite.

BEATRICE.

E tu l’ osi?

FILIPPO.

Ho risoluto.

BEATRICE.

L’ empio l’ osa!!

OROMBELLO.

Duca, udito…

Innocente è la duchessa…

Insuìtata a torto è d’ essa…

Caluuniata…

FILIPPO.

Te, non lei,

Traditore difender dei.

Va …

BEATRICE.

Filippo! è troppo eccesso…

Pensa ancor: ti puoi pentir.

FILIPPO.

Ubbidite.

CORO.

Ah! certo è desso,

Certo appien del suo fallir.

BEATRICE.

Nè fra voi, fra voi si trova

Chi si levi in mia difesa?

Uom non avvi che si mova

A favor di donna offesa?

A te, vindice supremo,

lo mi volgo e fido in te.

OROMBELLO.

Deh! un momento un sol momento

Un acciaro a me porgete,

Se è colpevole, s’ io mento,

Alme perfide, vedrete.

Oh! furor! inerme io fremo…

Ah! più fè, più onor non v’ è.

FILIPPO.

Ite, iniqui! all’ impossente

Ira vostra io v’ abbandono:

Ogni core è qui fremente,

Sa ciascun che offeso io sono:

Pena estrema a fallo estremo

Terra e ciel domanda a me.

AGNESE.

(Questo, ingrato, il primo è questo

Colpo in te di mia vendetta:

Altro in breve, e più funesto

Più terribile ne aspetta.

Ambo miseri saremo;

Sì … ma tu … più assai di me.)

ANICHINO E CORO.

Ah! quel nobile suo sdegno,

Quel rossor di cui s’ accende,

D’ innocenza è certo pegno,

D’ ogni accusa la difende..

A te, giudice supremo,

Noto è solo il reo qual è.

Atto Secondoo.

Sala nel eastello di Binasco preparata per tener tribunale, Guardie alle porte.

Scena I.

Filippo, Anichino, soldati. Damigelle di Beatrice e Cortigiani.

FILIPPO.

Omai del suo destino arbitra solo

Esser deve la legge.

ANICHINO.

E qual v’ ha legge

Che a voi non ceda? – Oh! vene prego, o Duca,

Per l’ util vostro. A voi funesto io temo

Questo giudizio: già ne corse il grido

Per le vicine terre, e il popol freme,

E lei compiange.

FILIPPO.

Nè Filippo il temo

Fino al novello dì sian di Binasco

Chiuse le porte nè venir vi possa,

Nè uscirne alcuno. – Allor che il popol ved.

Quest’ idol suo di tanto error convinto,

Dirà giustizia quel che forza or dice.

ANICHINO.

E chi di Beatrice

Retto giudice fia dove l’ accusa

Filippo intenti?

FILIPPO.

Or besta…

Omai pon modo al tuo soverchio zelo.

Il consiglio s’ aduna.

ANICHINO.

(Oh! instante! io gelo.)

Scena II.

Escono i Giudici, Rizzardo, Filippo, Dame e Cavalieri, Agnese, e detti.

ANICHINO.

(O troppo a mie preghiere

Sordo Orombello! Fu presago

Il mio timor.)

AGNESE.

(Di mia vendetta è giunta

L’ ora bramata … eppur non sono io lieta.

Qual mi sgomenta il cor voce segreta!)

FILIPPO.

Giudici! Al mio cospetto

Non v’ adunaste mai

Per più grave cagion.

Portar sentenza

Dovete voi

Di cosi nero eccesso

Che a denunziarlo

Fui costretto io stesso.

Pure al giudizio vostro

Forza non faccia alcuna

L’ accusator nè l’ accusata.

E in mente abbiate sol

Che a voi sentenza io chiedo

Cui proferir potea

Sovrana autorità.

GIUDICI.

Venga la rea.

Scena III.

Beatrice fra le guardie, e detti.

GIUDICI.

Di grave accusa il peso

Pende sul capo vostro – A noi d’ innanzi

Vi possiate scolpar!

BEATRICE.

E chi vi diede

Di giudicarmi il dritto? Ovunque io volga

Gli occhi sorpresì, altro non veggio intorno

Che miei vassalli.

FILIPPO.

E il tuo sovran non vedi?

Il tradito tuo sposo?

BEATRICE.

Io veggo un empio

Che i beneficii miei paga d’ infamia,

L’ amor mio di vergogna.

FILIPPO.

Amor tu dici

Tramar co’ miei nemici,

Ribellarmi i vassalli e far mia corto

Campo di tresche oscene

Con citaredi, quanto abbietti, audaci,

Chiami Filippo amar?

BEATRICE.

Taci, deh! taci.

Ferma udir posso ogni altra.

Accusa tua … ma il cor si scote e freme

A sì vil taccia. Oh! non voler, Filippo,

De’ Lascari la figlia, e d’ un eroe

La vedova infamar.

GIUDICI.

Il reo t’ accusa

Complice tuo. – Venga Orombello.

BEATRICE.

(Oh cielo!

La mia virtù sostieni.)

GIUDICI.

Eccolo.

Scena IV.

Orombello fra le guardie, e detti.

AGNESE.

(Oh! come)

Lo ridusse infelice il furor mio!

OROMBELLO.

A quai nuovi martiri tratto son io!

GIUDICI.

Ti rinfranca: a noi t’ appressa.

Parla: e il ver conferma a lei.

BEATRICE.

Orombello!

OROMBELLO.

(Oh! voce! è dessa…

E morire io non potei!)

BEATRICE.

Orombello! – Oh! sciagurato!

Dal mentir che hai tu sperato?

Viver forse? ah! dove ìo moro

Vita speri da costoro?

Tu morrai, con me morrai

Ma qual reo, qual traditor.

OROMBELLO.

Cessa, cessa – Ah! tu non sai…

Di me stesso io son l’ orror.

Io soffrii … soffrii tortura

Cui pensiero non comprende…

Non potè la fral natura

Sopportar le pene orrende…

La mia mente vaneggiava…

Il dolor, non io, parlava…

Ma quì, teco, al mondo in faccia,

Or che morte ne minaccia,

Innocente io ti proclamo,

Grido perfidi costor.

BEATRICE.

Grazie, o cielo!

AGNESE.

(Oh! mio rimorso!)

ANICHINO.

(L’ odi o Duca?)

FILIPPO.

(L’ odo e fremo)

GIUDICI.

Troppo omai tu sei trascorso:

Bada e trema.

OROMBELLO.

Io più non tremo.

Sol ch’ io mora perdonato

Da quest’ angelo d’ amor!

FILIPPO E GIUDICI.

V’ han supplizii, o forsennato,

A strapparti il vero ancor.

BEATRICE.

Al tuo fallo ammenda festi

Generosa, inaspettata.

Il coraggio mi rendesti,

Moro pura ed onorata…

Ti perdoni il ciel clemente,

Col mio labbro, col mio cor.

OROMBELLO.

Non morrai: nè ciel, nè terra

Soffrirà sì nero eccesso.

A me stanco in tanta guerra,

A me sia morir concesso.

Mi offrirò col tuo perdono

Lieto innanzi al mio signor.

FILIPPO E GIUDICI.

(In quegli atti, in quegli accenti

V’ ha poter ch’ io dir non posso,

Cederesti ai lor lamenti,

Ne saresti o cor commosso?

Nò: sottentri a vil pietade

Inflessible rigor.)

AGNESE E DAMIGELLE.

(Ah! sul cor, sul cor mi cade

Quel compianto e quel dolor.

FILIPPO.

Poi che il reo smenti sè stesso,

Fia sosposa la sentenza?

ANICHINO.

Sciorgli entrambi è mio pensiero:

Fia giustizia la clemenza.

FILIPPO.

Sciorgli?

AGNESE.

Oh! gioja!

GIUDICI.

No: non puoi,

Vuol la legge i dritti suoi.

Nuovo esame infra i tormenti

Denno in pria subìr costor.

AGNESE. ANICHINO E DAMIGELLE.

(Ella pure!)

BEATRICE.

(O iniqui!)

OROMBELLO.

Oh! mostri!

Chi porrà su lei le mani?

Tuoni pria sui capi vostri,

Tuoni il cielo …

GIUDICI.

Si allontani.

BEATRICE.

Deh! un istanie… Un solo accento.

Non temer di udir lamento …

Sol t’ avverto … Il ciel ti vede …

O Filippo! hai tempo ancor.

FILIPPO.

Va: pei rei non v’ è mercede …

Ti abbandono al suo rigor.

BEATRICE.

Vieni, amico … insiem soffriamo:

A soffrir per poco abbiamo.

Il destin per breve pena

Ci riserba eterno onor.

OROMBELLO.

Teco io sono.

AGNESE.

(Io reggo appena.)

ANICHINO.

(Oh! pietâ! si spezza il cor.)

FILIPPO E CORO.

Ite entrambi, e poi che il vero

Il rimorso non vi detta,

Il supplizio che vi aspetta

Vi costringa, e strappi il vel.

AGNESE.

(Chi mi cela al mondo intero?)

ANICHINO E DAMIGELLE.

O misfatto! ho in core un gel!)

BEATRICE.

Ah! se in terra frà tiranni

È virtude abbandonata,

D’ una vita sventurata

È la morte men crudel.

OROMBELLO E BEATRICE.

Di costanza armiamo il core:

Qui supplizi, onore in ciel.

Partono.

Scena V.

Filippo solo, indi Anichino, Dame, Cortigiani.

FILIPPO.

Rimorso in lei? … Dove io non ho rimorso

Altri lo avrà? – Dove alcun l’ abbia, il celi:

Il mostrarlo è accusarmi. Esser tranquillo,

Sereno io voglìo – E il sono io forse, e il posso!

No, da terror percosso.

Mi sento io pur, qual se vicino avessi

Terribil larva, qual se udissi intorno

Una minaccia rimbombar sul vento –

M’ inganno?… o mi colpì flebil lamento!

No, non m’ ingenno … è dessa,

Che dai tormenti

Al carcer passa

Ch’ io non n’ oda la voce

Oh! chi s’ appressa!

ANICHINO.

Filippo, la duchessa

Non confessò… pur la condanna

Tutto il consiglio, e il nome tuo sol manca

Alla morta! sentenza.

FILIPPO.

Non confessò!!

ANICHINO.

Constante è l’ innocenza.

CORO.

È in vostra man, signore,

Dell’ infelice il fato:

Ceda il rigor placato

Al grido di pietà.

FILIPPO.

Nò… si resista…

Il decreto fatal si segni alfine…

Ah! non poss’ io: mi si solleva il crine.

Qui mi accolse oppresso, errante,

Qui diè fine a mie sventure…

Io preparo a lei la scure!

Per amor supplizio io dò!

Ah! mai più d’ uman sembiante

Sostener potrò l’ aspetto:

Sulta terra maledetto,

Condannato in ciel sarò

Ella viva! – Qual fragore!

Chi si appressa? – Ite – vedete.

DAMIGELLE.

Crudo inciampo!

FILIPPO.

Ebben?

CORO.

Signore,

Alle mura provvedete.

Di Facian le bande antiche

Si palesano nemiche,

Osan chieder laduchessa.

E Binasco minacciar.

FILIPPO.

Ed io, vil, gemea ger essa!

M’ accingeva a perdonar!

Si eseguisca la sentenza.

CORO.

Ah! Signor pietà, clemenza.

FILIPPO.

Non son io che la condanno:

È la sua, l’ altrui baldanza.

Empia lei, non me tiranno

Alla terra io mostrerò.

(Cada alfine, e tronco il volo

Sia così di sua fidanza.

Un sol trono, un regno solo

Vivi entrambi unir non può.)

CORO.

(Ah! per lei non v’ ha speranza.

Il destin l’ abbandonò.)

Partono.

Scena VI.

Vestibolo terreno che mette alle prigione del castello.

Damigelle, e femiliari di Beatrice.

CORO.

Prega. – Ah! non sia la misera

Nel suo pregar turbata.

Mai non salì di martire

Prece al Signor più grata:

Nè mai più puro spirito

Ei contempiò dal cielo,

Santo d’ amor, di zelo,

Santo del suo soffrir.

Oh! la constanza impavida

Onde sfidò i tormenti,

Data le sia negli ultimi

Terribili momenti!

E la virtù che tentano

Macchiare i suoi tiranni,

Provin gli estremi affanni,

Suggelli un pio morir!

Scena VII.

Beatrice, e detti.

BEATRICE.

Nulla diss’ io… Di sovrumana forza.

Mi armava il cielo … Io nulla dissi, oh! gioja!

Trionfai del dolor. – Perchè piangete!

Nè con me v’ ailegrate? Io moro, o amici!

Ma gloriosa, ma di mia virtude

Nel manto avvolta. Non così gl’iniqui,

Che calpestata e afflitta han l’nnocenza!…

Dell’ iniqua sentenza

L’universo gli accusi.

CORO.

Ah! sì.

BEATRICE.

Mia morte

Filippo infami, e il sangue mio versato

Piombi sul tradìtor, qualunque ei sìa,

Che dell’ misfatto complice si rese.

Dio il punisca… colla vita.

Scena VIII.

Agnese, e detti.

AGNESE.

Ah!

TUTTI.

Agnese!

AGNESE.

Pietà… la mia condanna

Mon proferir… a piedi tuoi mi lascia

Morir d’ angoscia e di rimorso.

BEATRICE.

Oh! Agnese!

Rimorso in te!

AGNESE.

Rimorso etenno. A morte

Ti spingo io sola… Io d’Orombello ardeà.

BEATRICE.

Oh! che dì tu?

AGNESE.

Credea

Tè mia rivale… e violai tuo stanze,

Furai tuoi scritti… e il sangue tuo comprai

Coll’ onor mio…

BEATRICE.

Perfida!… cessa… fuggi

Ch’ io non ti vegga… ch’ io non sia costretta

In quest’ ora funesta

Col cor morente a maledir…

AGNESE.

Oh! arresta…

OROMBELLO.

Angiol di pace all’ anima

La voce tua mi suona.

Segui, e pietoso, inspirami

Virtù di perdonar.

AGNESE.

Egli… perdona!…

BEATRICE.

Con quel perdouo, o misera,

Ricevi il mio perdono.

Salga con queste lagrime

A un Dio di pace e amor.

AGNESE.

Ah! la virtù di vivere

Da te ricevo in dono …

Vivrò, vivrò per piangere

Finchè sl spezzi il cor.

ANICHINO E CORO.

Salga quel pianto al trono

D’ un Dio di pace e amor.

BEATRICE.

Chi giunge?

AGNESE.

Oimè!

BEATRICE.

Lo veggìn …

Il funebre corteggio …

Scena ultima.

Rizzardo con’ Alabardieri e Uffiziali, e detti.

CORO.

E più speme non v’ è!

BEATRICE.

La mia costanza

Non mi togliete. Anche una stilla, e poi

Fia vuotato del tutto e inaridito

Questo calice amare.

TUTTI.

E Iddio ritrarlo

Dal tuo labbro non può!

BEATRICE.

Mi diè coraggio

Per consumarlo Iddio.

Eccomi pronta …

AGNESE.

Io più non reggo.

BEATRICE.

Addio.

Deh! se un urna è a me concessa

Senza un fior non la lasciate,

E sovr’ essa il ciel pregate

Per Filippo, e non per me.

Rammentate a questa oppressa

Che morendo io l’ abbracciai:

Che all’ Eterno il core alzai

A implorar per lei mercè.

ANICHINO E CORO.

Oh! infelice! Oh a qual serbate

Fur le genti orrendo esempio!

Tristo il suolo in cui lo scempio

Di tal donna, o Dio, si fe’!

BEATRICE.

Per chi resta il ciel pregate,

Per chi resta, e non per me.

Io vi seguo.

CORI.

Deh! un amplesso…

Un amplesso concedete..

BEATRICE.

Io vi abbraccio … non piangete.

CORI.

Chi non piange non ha cor.

BEATRICE.

Ah! la morte a cui m’ appresso

È trionfo, e non è pena.

Qual chi fugge a sua catena,

Lasci in terra il mio dolor.

È del Giusto al sommo seggio

Ch’ io già miro e già vagheggio,

Della vita a cui m’ involo

Porto solo – il vostro amor.

CORI.

Il suo spirto, o ciel, ricevi,

E perdona all’ uccisor.