Norma

Vincenzo Bellini – Norma

Vincenzo Bellini

Norma

Tragedia lirica in due atti

Personaggi

Pollione, Proconsole di Roma nelle Gallie (Tenore)

Oroveso, Capo dei Druidi (Basso)

Norma, Druidessa, figlia di Oroveso (Soprano)

Adalgisa, Giovane Ministra del tempio di Irminsul (Soprano)

Clotilde, Confidente di Norma (Mezzo-Soprano)

Flavio, Amico di Pollione (Tenore)

Due fanciulli, figli di Norma e di Pollione

Cori e comparse

Druidi – Bardi – Eubagi – Sacerdo

Tesse – Guerrieri e soldati galli

La scena è nelle Gallie, nella foresta sacra e nel tempio di Irminsul.

Atto primo

Scena prima

Foresta sacra de’ Druidi.

In mezzo, la quercia d’Irminsul, al pie’ della quale vedesi la pietra druidica che serve d’altare. Colli in distanza sparsi di selve. È notte; lontani fuochi trapelano dai boschi.

Al suono d’una marcia religiosa sfilano le schiere de’ Galli, indi la processione de’ Druidi. Per ultimo Oroveso coi maggiori Sacerdoti.

OROVESO.

Ite sul colle, o Druidi;

Ite a spiar ne’ cieli

Quando il suo disco argenteo

La nuova Luna sveli;

Ed il primier sorriso

Del verginal suo viso

Tre volte annunzi il mistico

Bronzo sacerdotal.

DRUIDI.

Il sacro vischio a mietere

Norma verrà?

OROVESO.

Sì, Norma.

DRUIDI.

Dell’aura tua profetica,

Terribil Dio, l’informa;

Sensi, o Irminsul, le ispira

D’odio ai Romani e d’ira.

Sensi che questa infrangano

Pace per noi mortal.

OROVESO.

Sì: parlerà terribile

Da queste guercie antiche;

Sgombre farà le Gallie

Dall’aquile nemiche;

E del suo scudo il suono,

Pari al fragor del tuono,

Nella città dei Cesari

Tremendo echeggerà.

TUTTI.

Luna, ti affretta a sorgere!

Norma all’altar verrà.

Si allontanano tutti e si perdono nella foresta; di quando in quando si odono ancora le loro voci risuonare in lontananza. Escono quindi da un lato Flavio e Pollione guardinghi e ravvolti nelle loro toghe.

Scena seconda

Pollione e Flavio.

POLLIONE.

Svanîr le voci! e dell’orrenda selva

Libero è il varco.

FLAVIO.

In quella selva è morte;

Norma tel disse.

POLLIONE.

Proferisti un nome

Che il cor m’agghiaccia.

FLAVIO.

Oh! che di’ tu! l’amante,

La madre de’ tuoi figli! …

POLLIONE.

A me non puoi

Far tu rampogna, ch’io mertar non senta;

Ma nel mio core è spenta

La prima fiamma, e un Dio la spense, un Dio

Nemico al mio riposo; al pie’ mi veggo

L’abisso aperto, e in lui m’avvento io stesso.

FLAVIO.

Altra ameresti tu?

POLLIONE.

Parla sommesso.

Un’altra, sì … Adalgisa …

Tu la vedrai … fior d’innocenza e riso,

Di candore e d’amor. Ministra al tempio

Di questo Dio di sangue, ella v’appare

Come raggio di stella in ciel turbato.

FLAVIO.

Misero amico! e amato

Sei tu del pari?

POLLIONE.

Io n’ho fidanza.

FLAVIO.

E l’ira

Non temi tu di Norma?

POLLIONE.

Atroce, orrenda

Me la presenta il mio rimorso estremo …

Un sogno …

FLAVIO.

Ah! narra.

POLLIONE.

In rammentarlo io tremo.

Meco all’altar di Venere

Era Adalgisa in Roma,

Cinta di bende candide,

Sparsa di fior la chioma;

Udia d’Imene i cantici,

Vedea fumar gl’incensi,

Eran rapiti i sensi

Di voluttade e amor.

Quando fra noi terribile

Viene a locarsi un’ombra;

L’ampio mantel druidico

Come un vapor l’ingombra.

Cade sull’ara il folgore,

D’un vel si copre il giorno;

Muto si spande intorno

Un sepolcrale orror.

Più l’adorata vergine

Io non mi trovo accanto;

N’odo da lunge un gemito,

Misto de’ figli al pianto …

Ed una voce orribile

Echeggia in fondo al tempio:

Norma così fa scempio

D’amante traditor.

Squilla il sacro bronzo.

FLAVIO.

Odi? … I suoi riti a compiere

Norma dal tempio move.

VOCI lontane.

Sorta è la luna, o Druidi;

Ite, profani, altrove.

FLAVIO.

Vieni: fuggiam … sorprendere,

Scoprire alcun ti può.

POLLIONE.

Traman congiure i barbari …

Ma io li preverrò …

Me protegge, me difende

Un poter maggior di loro;

È il pensier di lei che adoro,

È l’amor che m’infiammò.

Di quel Dio che a me contende

Quella vergine celeste

Arderò le rie foreste,

L’empio altare abbatterò.

Partono rapidamente.

Scena terza

Druidi dal fondo, Sacerdotesse, Guerrieri, Bardi, Eubagi, Sacrificatori, e in mezzo a tutti Oroveso.

CORO GENERALE.

Norma viene: le cinge la chioma

La verbena ai misteri sacrata;

In sua man come luna falcata

L’aurea falce diffonde splendor.

Ella viene; e la stella di Roma

Sbigottita si copre d’un velo;

Irminsul corre i campi del cielo

Qual cometa foriera d’orror.

Scena quarta

Norma in mezzo alle sue ministre. Ha sciolti i capelli, la fronte circondata di una corona di verbena, ed armata la mano d’una falce d’oro. Si colloca sulla pietra druidica, e volge gli occhi d’intorno come ispirata. Tutti fanno silenzio.

NORMA.

Sedizïose voci,

Voci di guerra avvi chi alzar si attenta

Presso all’ara del Dio? V’ha chi presume

Dettar responsi alla veggente Norma

E di Roma affrettar il fato arcano?

Ei non dipende da potere umano.

OROVESO.

E fino a quando oppressi

Ne vorrai tu? Contaminate assai

Non fur le patrie selve e i templi aviti

Dall’aquile latine? Omai di Brenno

Ozïosa non può starsi la spada.

TUTTI.

Si brandisca una volta.

NORMA.

E infranta cada.

Infranta, sì, se alcun di voi snudarla

Anzi tempo pretende. Ancor non sono

Della nostra vendetta i dì maturi.

Delle sicambre scuri

Sono i pili romani ancor più forti.

TUTTI.

E che ti annunzia il Dio? Parla: quai sorti?

NORMA.

Io nei volumi arcani

Leggo del cielo: in pagine di morte

Della superba Roma è scritto il nome …

Ella un giorno morrà; ma non per voi.

Morrà pei vizi suoi,

Qual consunta morrà. L’ora aspettate,

L’ora fatal che compia il gran decreto.

Pace v’intimo … e il sacro vischio io mieto.

Falcia il vischio; le Sacerdotesse lo raccolgono in canestri di vimini. Norma si avanza e stende le braccia al cielo. La luna splende in tutta la sua luce. Tutti si prostrano.

Preghiera.

NORMA E MINISTRE.

Casta Diva, che inargenti

Queste sacre antiche piante,

A noi volgi il bel sembiante

Senza nube e senza vel.

Tempra tu de’ cori ardenti,

Tempra ancor lo zelo audace,

Spargi in terra quella pace

Che regnar tu fai nel ciel.

TUTTI.

A noi volgi il bel sembiante

Senza nube e senza vel.

NORMA.

Fine al rito, e il sacro bosco

Sia disgombro dai profani.

Quando il Nume irato e fosco

Chiegga il sangue dei Romani,

Dal druïdico delubro

La mia voce tuonerà.

TUTTI.

Tuoni; e alcun del popol empio

Non isfugga al giusto scempio,

E primier da noi percosso

Il Proconsole cadrà.

NORMA.

Sì, cadrà … punirlo io posso …

(Ma punirlo il cor non sa.

Ah! bello a me ritorna

Del fido amor primiero,

E contro il mondo intero

Difesa a te sarò.

Ah! bello a me ritorna

Del raggio tuo sereno,

E vita nel tuo seno,

E patria e cielo avrò.)

TUTTI.

Sei lento; sì, sei lento,

O giorno di vendetta;

Ma irato il Dio t’affretta

Che il Tebro condannò.

Norma parte, e tutti la seguono in ordine.

Scena quinta

ADALGISA sola.

Sgombra è la sacra selva:

Compiuto il rito. Sospirar non vista

Alfin poss’io, qui dove a me s’offerse

La prima volta quel fatal romano

Che mi rende rubella al tempio, al Dio …

Fosse l’ultima almen! – Vano desìo!

Irresistibil forza

Qui mi trascina … e di quel caro aspetto

Il cor si pasce … e di sua cara voce

L’aura che spira mi ripete il suono.

Corre a prostrarsi sulla pietra d’Irminsul.

Deh! proteggimi, o Dio! perduta io sono.

Scena sesta

Pollione, Flavio e detta.

POLLIONE.

(Eccola. Va, mi lascia,

Ragion non odo.)

Flavio parte.

ADALGISA veggendolo, sbigottita.

Oh! Pollïon!

POLLIONE.

Che veggo!

Piangevi tu?

ADALGISA.

Pregava. Ah! t’allontana.

Pregar mi lascia.

POLLIONE.

Un Dio tu preghi atroce,

Crudele, avverso al tuo desire e al mio.

O mia diletta! il Dio

Che invocar devi è Amor …

ADALGISA.

Amor! deh! taci …

Ch’io più non t’oda.

Si allontana da lui.

POLLIONE.

E vuoi fuggirmi? e dove

Fuggir vuoi tu ch’io non ti segua?

ADALGISA.

Al tempio,

Ai sacri altari ch’io sposar giurai.

POLLIONE.

Gli altari! … e il nostro amor? …

ADALGISA.

Io l’obliai.

POLLIONE.

Va, crudele, e al Dio spietato

Offri in dono il sangue mio;

Tutto, ah! tutto ei sia versato,

Ma lasciarti non poss’io;

Sol promessa al Dio tu fosti …

Ma il tuo cuore a me si die’ …

Ah! non sai quel che mi costi

Perch’io mai rinunzi a te.

ADALGISA.

E tu pure, ah! tu non sai

Quanto costi a me dolente!

All’altare che oltraggiai

Lieta andava ed innocente …

Il pensiero al ciel s’ergea,

Il mio Dio vedeva in ciel …

Or per me spergiura e rea

Cielo e Dio ricopre un vel.

POLLIONE.

Ciel più puro e Dei migliori,

T’offro in Roma ov’io mi reco.

ADALGISA colpita.

Parti forse?

POLLIONE.

Ai nuovi albòri …

ADALGISA.

Parti, ed io? …

POLLIONE.

Tu vieni meco.

De’ tuoi riti è Amor più santo …

A lui cedi, ah! cedi a me.

ADALGISA più commossa.

Ah! non dirlo …

POLLIONE.

Il dirò tanto

Che ascoltato io sia da te.

Con tutta tenerezza.

Vieni in Roma, ah! vieni, o cara,

Dove è amore e gioia e vita;

Inebriam nostr’alme a gara

Del contento a cui ne invita …

Voce in cor parlar non senti,

Che permette eterno ben?

Ah! dà fede a’ dolci accenti,

Sposo tuo mi stringi al sen.

ADALGISA.

(Ciel! così parlar l’ascolto …

Sempre, ovunque, al tempio istesso …

Con quegli occhi, con quel volto

Fin sull’ara il veggo impresso …

Ei trionfa del mio pianto,

Del mio duol vittoria ottien …

Ciel! mi togli al dolce incanto,

O l’error perdona almen.)

POLLIONE.

Adalgisa!

ADALGISA.

Ah! mi risparmi

Tua pietà maggior cordoglio.

POLLIONE.

Adalgisa! e vuoi lasciarmi?

ADALGISA.

Non poss’io … seguir ti voglio.

POLLIONE.

Qui … domani all’ora istessa …

Verrai tu?

ADALGISA.

Ne fo promessa.

POLLIONE.

Giura.

ADALGISA.

Giuro.

POLLIONE.

Oh! mio contento!

Ti rammenta …

ADALGISA.

Ah! mi rammento.

Al mio Dio sarò spergiura,

Ma fedele a te sarò.

POLLIONE.

L’amor tuo mi rassicura;

E il tuo Dio sfidar saprò.

Partono.

Scena settima

Abitazione di Norma.

Norma, Clotilde, e due piccoli fanciulli.

NORMA.

Vanne, e li cela entrambi. – Oltre l’usato

Io tremo d’abbracciarli.

CLOTILDE.

E qual ti turba

Strano timor che i figli tuoi rigetti?

NORMA.

Non so … diversi affetti

Strazian quest’alma … – Amo in un punto ed odio

I figli miei! … Soffro in vederli, e soffro

S’io non li veggo. Non provato mai

Sento un diletto ed un dolore insieme

D’esser lor madre.

CLOTILDE.

E madre sei? …

NORMA.

Nol fossi!

CLOTILDE.

Qual rio contrasto!

NORMA.

Immaginar non puossi.

O mia Clotilde! … richiamato al Tebro

È Pollïon.

CLOTILDE.

E teco ei parte?

NORMA.

Ei tace

Il suo pensier. – Oh! s’ei fuggir tentasse …

E qui lasciarmi? … se obliar potesse

Questi suoi figli!

CLOTILDE.

E il credi tu?

NORMA.

Non l’oso.

È troppo tormentoso,

Troppo orrendo è un tal dubbio. Alcun s’avanza.

Va … li cela.

Clotilde parte coi fanciulli. Norma li abbraccia.

Scena ottava

Norma e Adalgisa.

NORMA.

Adalgisa!

ADALGISA da lontano.

(Alma, costanza.)

NORMA.

T’inoltra, o giovinetta.

T’inoltra. – E perché tremi? – Udii che grave

A me segreto palesar tu voglia.

ADALGISA.

È ver. – Ma, deh! ti spoglia

Della celeste austerità che splende

Negli occhi tuoi … Dammi coraggio, ond’io

Senza alcun velo ti palesi il core.

Si prostra, Norma la solleva.

NORMA.

Mi abbraccia, e parla. Che ti affligge?

ADALGISA dopo un momento d’esitazione.

Amore …

Non t’irritar … Lunga stagion pugnai

Per soffocarlo … – Ogni mia forza ei vinse …

Ogni rimorso. – Ah! tu non sai pur dianzi

Qual giuramento io fea! fuggir dal tempio …

Tradir l’altare a cui son io legata …

Abbandonar la patria …

NORMA.

Ahi! sventurata!

Del tuo primier mattino

Già turbato è il sereno! E come, e quando

Nacque tal fiamma in te?

ADALGISA.

Da un solo sguardo,

Da un sol sospiro, nella sacra selva,

A pie’ dell’ara ov’io pregava il Dio.

Tremai … sul labbro mio

Si arrestò la preghiera: e tutta assorta

In quel leggiadro aspetto, un altro cielo

Mirar credetti, un altro cielo in lui.

NORMA.

(Oh! rimembranza! io fui

Così rapita al sol mirarlo in volto.)

ADALGISA.

Ma non mi ascolti tu?

NORMA.

Segui … t’ascolto.

ADALGISA.

Sola, furtiva al tempio

Io l’aspettai sovente:

Ed ogni dì più fervida

Crebbe la fiamma ardente.

NORMA.

(Io stessa … anch’io

Arsi così: l’incanto suo fu il mio.)

ADALGISA.

Vieni, ei dicea, concedi

Ch’io mi ti prostri ai piedi:

Lascia che l’aura io spiri

De’ dolci tuoi sospiri,

Del tuo bel crin le anella

Dammi poter baciar.

NORMA.

(Oh! cari accenti!

Così li proferia …

Così trovava del mio cor la via.)

ADALGISA.

Dolci qual arpa armonica

M’eran le sue parole;

Negli occhi suoi sorridere

Vedea più bello un sole.

Io fui perduta, e il sono;

D’uopo ho del tuo perdono.

Deh! tu mi reggi e guida.

Me rassicura, o sgrida,

Salvami da me stessa,

Salvami dal mio cor.

NORMA.

Ah! tergi il pianto:

Alma non trovi di pietade avara.

Te ancor non lega eterno nodo all’ara.

Ah sì, fa core, abbracciami.

Perdono e ti compiango.

Dai voti tuoi ti libero,

I tuoi legami io frango.

Al caro oggetto unita

Vivrai felice ancor.

ADALGISA.

Ripeti, o ciel, ripetimi

Sì lusinghieri accenti.

Per te, per te s’acquetano

I lunghi miei tormenti.

Tu rendi a me la vita,

Se non è colpa amor.

NORMA.

Ma di’ … l’amato giovane

Quale fra noi si noma?

ADALGISA.

Culla non ebbe in Gallia …

Roma gli è patria …

NORMA.

Roma! …

Ed è? … prosegui …

Scena nona

Pollione e dette.

ADALGISA.

Il mira.

NORMA.

Ei! Pollïon! …

ADALGISA.

Qual ira?

NORMA.

Costui, costui dicesti?

Ben io compresi?

ADALGISA.

Ah! sì.

POLLIONE inoltrandosi, ad Adalgisa.

Misera te! che festi!

ADALGISA smarrita.

Io …

NORMA a Pollione.

Tremi tu? e per chi?

Alcuni momenti di silenzio. Pollione è confuso, Adalgisa tremante e Norma fremente.

Oh, non tremare, o perfido,

No, non tremar per lei …

Essa non è colpevole,

Il malfattor tu sei …

Trema per te, fellone …

Pei figli tuoi … per me …

ADALGISA tremante.

Che ascolto! … ah! … Pollïone?

Taci! t’arretri! … Ahimè!

Si copre il volto con le mani. Norma l’afferra per un braccio e la costringe a mirar Pollione, egli la segue.

NORMA.

Oh! di qual sei tu vittima

Crudo e funesto inganno!

Pria che costui conoscere

T’era il morir men danno.

Fonte d’eterne lagrime

Egli a te pur dischiuse;

Come il mio cor deluse,

L’empio il tuo cor tradì.

ADALGISA.

Oh! qual traspare orribile

Dal tuo parlar mistero!

Trema il mio cor di chiedere,

Trema d’udire il vero …

Tutta comprendo, o misera,

Tutta la mia sventura …

Essa non ha misura,

Se m’ingannò così.

POLLIONE.

Norma, de’ tuoi rimproveri

Segno, non farmi adesso.

Deh! a quest’afflitta vergine

Sia respirar concesso …

Copra a quell’alma ingenua,

Copra nostr’onte un velo …

Giudichi solo il cielo

Qual più di noi fallì.

NORMA.

Perfido!

POLLIONE.

Or basti.

Per allontanarsi.

NORMA.

Fermati.

POLLIONE.

Vieni …

Afferra Adalgisa.

ADALGISA dividendosi da lui.

Mi lascia, scòstati …

Sposo sei tu infedele.

POLLIONE con tutto il fuoco.

Qual io mi fossi oblio …

L’amante tuo son io,

È mio destino amarti …

Destin costei lasciar.

NORMA reprimendo il furore.

Ebben: lo compi e parti.

Ad Adalgisa.

Seguilo.

ADALGISA supplichevole.

Ah! pria spirar.

NORMA prorompendo.

Vanne, sì, mi lascia, indegno;

Figli oblia, promesse, onore …

Maledetto dal mio sdegno

Non godrai d’un empio amore.

Te sull’onde e te sui venti

Seguiran mie furie ardenti:

Mia vendetta e notte e giorno

Ruggirà d’intorno a te.

POLLIONE disperatamente.

Fremi pure, e angoscia eterna

Pur m’imprechi il tuo furore!

Questo amor che mi governa

È di te, di me maggiore …

Dio non v’ha che mali inventi

De’ miei mali più cocenti …

Maledetto io fui quel giorno

Che il destin t’offerse a me.

ADALGISA supplichevole a Norma.

Ah, non fia, non fia ch’io costi

Al tuo cor sì rio dolore …

Mari e monti sian frapposti

Fra me sempre e il traditore.

Soffocar saprò i lamenti,

Divorare i miei tormenti;

Morirò perché ritorno

Faccia il crudo ai figli, a te.

Squillano i sacri bronzi del tempio. Norma è chiamata ai riti.

DRUIDI coro interno.

Norma, all’ara! In tuon feroce

D’Irminsul tuonò la voce.

Norma, Norma, al sacro altar!

NORMA E ADALGISA.

Suon di morte a te s’intima;

Va, per te qui pronta ell’è.

POLLIONE.

Sì, la sprezzo, sì, ma prima

Mi cadrà il tuo Nume al pie’.

Ella respinge d’un braccio Pollione, e gli accenna di uscire. Pollione si allontana furente.

Fine del atto primo.

Atto secondo

Scena prima

Interno dell’abitazione di Norma.

Da una parte un letto romano coperto di pelle d’orso. I figli di Norma sono addormentati.

Norma con una lampa e un pugnale alla mano. – Siede e posa la lampa sopra una tavola. È pallida, contraffatta.

Dormono entrambi … non vedran la mano

Che li percuote. Non pentirti, o core;

Viver non ponno … Qui supplizio, e in Roma

Obbrobrio avrian, peggior supplizio assai …

Schiavi d’una matrigna. – Ah! no: giammai.

Sorge risoluta.

Muoiano, sì.

Fa un passo e si ferma.

Non posso

Avvicinarmi: un gel mi prende, e in fronte

Mi si solleva il crin. – I figli uccido!

Teneri figli …

Intenerendosi.

Essi, pur dïanzi

Delizia mia … essi nel cui sorriso

Il perdono del ciel mirar credei …

Ed io li svenerò? … di che son rei?

Risoluta.

Di Pollïon son figli:

Ecco il delitto. Essi per me son morti;

Muoian per lui,

E non sia pena che la sua somigli.

Feriam …

S’incammina verso il letto; alza il pugnale; essa dà un grido inorridita; i figli si svegliano.

Ah! no … son figli miei! miei figli!

Li abbraccia e piange.

Olà, Clotilde!

Scena seconda

Clotilde e detta.

NORMA.

Vola …

Adalgisa a me guida.

CLOTILDE.

Ella qui presso

Solitaria si aggira, e prega e plora.

NORMA.

Va.

Clotilde parte.

Si emendi il mio fallo … e poi … si mora.

Scena terza

Adalgisa e Norma.

ADALGISA con timore.

Me chiami, o Norma? … Qual ti copre il volto

Tristo pallor?

NORMA.

Pallor di morte. – Io tutta

L’onta mia ti rivelo.

Una preghiera sola

Odi e l’adempi, se pietà pur merta

Il presente mio duolo … e il duol futuro.

ADALGISA.

Tutto, tutto io prometto.

NORMA.

Il giura.

ADALGISA.

Il giuro.

NORMA.

Odi. – Purgar quest’aura

Contaminata dalla mia presenza

Ho risoluto; né trar meco io posso

Questi infelici … a te li affido …

ADALGISA.

O cielo!

A me li affidi?

NORMA.

Nel romano campo

Guidali a lui … che nominar non oso.

ADALGISA.

Oh! che mai chiedi?

NORMA.

Sposo

Ti sia men crudo; – io gli perdono e moro.

ADALGISA.

Sposo … Ah, non mai …

NORMA.

Pei figli suoi t’imploro.

Deh! con te, con te li prendi …

Li sostieni, li difendi …

Non ti chiedo onori e fasci;

A’ tuoi figli ei fian serbati;

Prego sol che i miei non lasci

Schiavi, abbietti, abbandonati …

Basti a te che disprezzata,

Che tradita io fui per te.

Adalgisa, deh, ti mova

Tanto strazio del mio cor.

ADALGISA.

Norma! ah! Norma, ancor amata,

Madre ancor sarai per me.

Tienti i figli. Ah, non fia mai

Ch’io mi tolga a queste arene.

NORMA.

Tu giurasti …

ADALGISA.

Sì, giurai …

Ma il tuo bene, il sol tuo bene.

Vado al campo ed all’ingrato

Tutti io reco i tuoi lamenti.

La pietà che mi hai destato

Parlerà sublimi accenti …

Spera, ah, spera … amor, natura

Ridestarsi in lui vedrai …

Del suo cor son io secura …

Norma ancor vi regnerà.

NORMA.

Ch’io lo preghi? … Ah! no: giammai.

Più non t’odo, parti … va …

ADALGISA.

Mira, o Norma, a’ tuoi ginocchi

Questi cari pargoletti.

Ah! pietà di lor ti tocchi

Se non hai di te pietà.

NORMA.

Ah! perché la mia costanza

Vuoi scemar con molli affetti?

Più lusinghe, più speranza

Presso a morte un cor non ha.

ADALGISA.

Cedi … deh cedi!

NORMA.

Ah! lasciami.

Ei t’ama.

ADALGISA.

Ei già sen pente.

NORMA.

E tu? …

ADALGISA.

L’amai … quest’anima

Sol l’amistade or sente.

NORMA.

O giovinetta! … E vuoi? …

ADALGISA.

Renderti i dritti tuoi,

O teco al cielo, agli uomini

Giuro celarmi ognor.

NORMA.

Hai vinto … hai vinto … Abbracciami.

Trovo un’amica ancor.

ADALGISA E NORMA.

Sì, fino all’ore estreme

Compagna tua m’avrai;

Per ricovrarci insieme

Ampia è la terra assai.

Teco del Fato all’onte

Ferma opporrò la fronte,

Finché il tuo core a battere

Io senta sul mio cor.

Partono.

Scena quarta

Luogo solitario presso il bosco dei Druidi, cinto da burroni e da caverne.

In fondo, un lago attraversato da un ponte di pietra.

Guerrieri Galli.

CORO I.

Non partì?

CORO II.

Finora è al campo,

Tutto il dice: i feri carmi,

Il fragor, il suon dell’armi,

Dell’insegne il ventilar.

TUTTI.

Attendiam: un breve inciampo

Non ci turbi, non ci arresti;

E in silenzio il cor si appresti

La grand’opra a consumar.

Scena quinta

Oroveso e detti.

OROVESO.

Guerrieri! a voi venirne

Credea foriero d’avvenir migliore.

Il generoso ardore,

L’ira che in sen vi bolle

Io credea secondar: ma il Dio non volle.

CORO.

Come! le nostre selve

L’aborrito Proconsole non lascia?

Non riede al Tebro?

OROVESO.

Un più temuto e fiero

Latino condottiero

A Pollïon succede.

CORO.

E Norma il sa? di pace

È consigliera ancor?

OROVESO.

Invan di Norma

La mente investigai.

CORO.

E che far pensi?

OROVESO.

Al fato

Piegar la fronte, separarci, e nullo

Lasciar sospetto del fallito intento.

CORO.

E finger sempre?

OROVESO.

Cruda legge! il sento.

Con ferocia.

Ah! del Tebro al giogo indegno

Fremo io pure, all’armi anelo;

Ma nemico è sempre il cielo,

Ma consiglio è il simular.

CORO.

Sì, fingiam, se il finger giovi;

Ma il furore in sen si covi …

Divoriamo in cor lo sdegno,

Tal che Roma estinto il creda:

Dì verrà che desto ei rieda

Più tremendo a divampar.

Guai per Roma allor che il segno

Dia dell’armi il sacro altar.

Partono.

Scena sesta

Tempio d’Irminsul. Ara da un lato.

Norma, indi Clotilde.

NORMA.

Ei tornerà. Sì, mia fidanza è posta

In Adalgisa; ei tornerà pentito,

Supplichevole, amante. Oh! a tal pensiero

Sparisce il nuvol nero

Che mi premea la fronte, e il sol m’arride

Come del primo amore ai dì felici.

Esce Clotilde.

Clotilde!

CLOTILDE.

O Norma! … Uopo è d’ardir!

NORMA.

Che dici?

CLOTILDE.

Lassa!

NORMA.

Favella.

CLOTILDE.

Indarno

Parlò Adalgisa e pianse.

NORMA.

Ed io fidarmi

Di lei dovea? Di mano uscirmi, e bella

Del suo dolore presentarsi all’empio

Ella tramava.

CLOTILDE.

Ella ritorna al tempio.

Triste, dolente implora

Di proferir suoi voti.

NORMA.

Ed egli?

CLOTILDE.

Ed egli

Rapirla giura anco all’altar del Nume.

NORMA.

Troppo il fellon presume.

Lo previen mia vendetta, e qui di sangue …

Sangue romano … scorreran torrenti.

Si appressa all’ara, e batte tre volte lo scudo di Irminsul.

DRUIDI coro interno.

Squilla il bronzo del Dio!

CLOTILDE.

Cielo! che tenti?

Scena settima

Accorrono da varie parti Oroveso, i Druidi, i Bardi e le Ministre. A poco a poco il tempio si riempie d’armati. Norma si colloca sull’altare.

TUTTI.

Norma! che fu? Percosso

Lo scudo d’Irminsul, quali alla terra

Decreti intima?

NORMA.

Guerra,

Strage, sterminio.

TUTTI.

A noi pur dianzi pace

S’imponea per tuo labbro!

NORMA.

Ed ira adesso,

Stragi, furore e morti.

Il cantico di guerra alzate, o forti.

Inno Guerriero.

I

TUTTI.

Guerra, guerra! Le galliche selve

Quante han quercie producon guerrier;

Qual sul gregge fameliche belve

Sui Romani van essi a cader.

II

Sangue, sangue! Le galliche scuri

Fino al tronco bagnate ne son.

Sovra i flutti del Ligeri impuri

Ei gorgoglia con funebre suon.

III

Strage, strage, sterminio, vendetta,

Già comincia, si compie, s’affretta:

Come biade da falci mietute

Son di Roma le schiere cadute.

Tronchi i vanni, recisi gli artigli,

Abbattuta ecco l’aquila al suol.

A mirar il trionfo de’ figli

Ecco il Dio sovra un raggio di sol.

OROVESO.

Né compi il rito, o Norma?

Né la vittima accenni?

NORMA.

Ella fia pronta.

Non mai l’altar tremendo

Di vittime mancò.

S’ode un interno tumulto.

Ma qual tumulto!

Scena ottava

Clotilde frettolosa e detti.

CLOTILDE.

Al nostro tempio insulto

Fece un Romano: nella sacra chiostra

Delle vergini alunne egli fu côlto.

TUTTI.

Un Romano?

NORMA.

(Che ascolto?

Se mai foss’egli?)

TUTTI.

A noi vien tratto.

NORMA.

(È desso!)

Scena nona

Pollione fra Soldati e detti.

OROVESO E CORO.

È Pollïon!

NORMA.

(Son vendicata adesso.)

OROVESO assai maestoso.

Sacrilego nemico, e chi ti spinse

A vïolar queste temute soglie,

A sfidar l’ira d’Irminsul?

POLLIONE con fierezza.

Ferisci!

Ma non interrogarmi.

NORMA svelandosi.

Io ferir deggio.

Scostatevi.

POLLIONE.

Chi veggio?

Norma!

NORMA.

Sì, Norma.

TUTTI.

Il sacro ferro impugna,

Vendica il tempio e il Dio.

NORMA.

Sì, feriamo.

Prende il pugnale dalle mani di Oroveso; ma poi si arresta.

TUTTI.

Tu tremi?

NORMA.

(Ah, non poss’io.)

TUTTI.

Che fia? perché t’arresti?

NORMA.

(Poss’io sentir pietà!)

TUTTI.

Ferisci.

NORMA.

Io deggio

Interrogarlo … investigar qual sia

L’insidïata o complice ministra

Che il profan persuase a fallo estremo.

Ite per poco.

TUTTI.

(Che far pensa?)

POLLIONE.

(Io fremo.)

Oroveso e il Coro si ritirano; il tempio rimane sgombro.

Scena decima

Norma e Pollione.

NORMA.

In mia mano alfin tu sei;

Niun potria spezzar tuoi nodi.

Io lo posso.

POLLIONE.

Tu nol dêi.

NORMA.

Io lo voglio.

POLLIONE.

E come?

NORMA.

M’odi.

Pel tuo Dio, pe’ figli tuoi …

Giurar dêi che d’ora in poi

Adalgisa fuggirai …

All’altar non la torrai …

E la vita io ti perdono …

E mai più ti rivedrò.

Giura.

POLLIONE.

No: sì vil non sono.

NORMA con furore represso.

Giura, giura.

POLLIONE con forza.

Ah! pria morrò.

NORMA.

Non sai tu che il mio furore.

Passa il tuo?

POLLIONE.

Ch’ei piombi attendo.

NORMA.

Non sai tu che ai figli in core

Questo ferro? …

POLLIONE con un grido.

Oh Dio! che intendo!

NORMA con pianto lacerante.

Sì, sovr’essi alzai la punta …

Vedi … vedi … a che son giunta!

Non ferii, ma tosto … adesso

Consumar potrei l’eccesso …

Un istante … e d’esser madre

Mi poss’io dimenticar.

POLLIONE.

Ah! crudele, in sen del padre

Il pugnal tu dêi vibrar.

A me il porgi.

NORMA.

A te!

POLLIONE.

Che spento

Cada io solo!

NORMA.

Solo! Tutti.

I Romani a cento a cento

Fian mietuti, fian distrutti …

E Adalgisa …

POLLIONE.

Ahimè!

NORMA.

Infedele

A’ suoi voti …

POLLIONE.

Ebben, crudele?

NORMA con furore.

Adalgisa fia punita,

Nelle fiamme perirà.

POLLIONE.

Ah! ti prendi la mia vita,

Ma di lei, di lei pietà.

NORMA.

Preghi alfine? indegno! è tardi.

Nel suo cor ti vo’ ferire.

Già mi pasco ne’ tuoi sguardi

Del tuo duol, del suo morire;

Posso alfine, e voglio farti

Infelice al par di me.

POLLIONE.

Ah! t’appaghi il mio terrore:

Al tuo pie’ son io piangente …

In me sfoga il tuo furore,

Ma risparmia un’innocente;

Basti, basti a vendicarti

Ch’io mi sveni innanzi a te.

Dammi quel ferro.

NORMA.

Che osi?

Scòstati.

POLLIONE.

Il ferro, il ferro!

NORMA.

Olà, ministri,

Sacerdoti, accorrete.

Scena ultima

Ritornano Oroveso, i Druidi, i Bardi e i Guerrieri.

NORMA.

All’ira vostra

Nuova vittima io svelo. Una spergiura

Sacerdotessa i sacri voti infranse,

Tradì la patria e il Dio degli avi offese.

TUTTI.

Oh delitto! oh furor! La fa palese.

NORMA.

Sì, preparate il rogo.

POLLIONE.

Oh! ancor ti prego.

Norma, pietà.

TUTTI.

La svela.

NORMA.

Udite. (Io rea,

L’innocente accusar del fallo mio?)

TUTTI.

Parla: chi è dessa?

POLLIONE.

Ah! non lo dir.

NORMA.

Son io.

TUTTI.

Tu! Norma!

NORMA.

Io stessa, il rogo ergete.

TUTTI.

(D’orror io gelo!)

POLLIONE.

(Mi manca il cor.)

TUTTI.

Tu delinquente!

POLLIONE.

Non le credete.

NORMA.

Norma non mente.

TUTTI.

Oh! quale orror!

NORMA.

Qual cor tradisti, qual cor perdesti

Quest’ora orrenda ti manifesti.

Da me fuggire tentasti invano;

Crudel Romano, tu sei con me.

Un nume, un fato di te più forte

Ci vuole uniti in vita e in morte.

Sul rogo istesso che mi divora,

Sotterra ancora sarò con te.

POLLIONE.

Ah! troppo tardi t’ho conosciuta …

Sublime donna, io t’ho perduta …

Col mio rimorso è amor rinato,

Più disperato, furente egli è.

Moriamo insieme, ah! sì, moriamo:

L’estremo accento sarà ch’io t’amo.

Ma tu morendo non m’aborrire,

Pria di morire perdona a me.

TUTTI.

Oh! in te ritorna, ci rassicura:

Canuto padre te ne scongiura:

Di’ che deliri, di’ che tu menti,

Che stolti accenti uscîr da te.

Il Dio severo che qui t’intende,

Se stassi muto, e il tuon sospende,

Indizio è questo, indizio espresso

Che tanto eccesso punir non de’.

Norma! … deh! Norma! scòlpati …

Taci? ne ascolti appena?

POLLIONE scuotendosi con un grido.

Cielo! e i miei figli?

POLLIONE.

Ahi! miseri!

NORMA volgendosi a Pollione.

I nostri figli?

POLLIONE.

Oh pena!

Norma, come colpita da un’idea, s’incammina verso il padre.

TUTTI.

Norma, sei rea?

NORMA disperatamente.

Sì, rea,

Oltre ogni umana idea.

TUTTI.

Empia!

NORMA ad Oroveso.

Tu m’odi!

OROVESO.

Scòstati.

NORMA a stento trascinandosi in disparte.

Deh! m’odi!

OROVESO.

Oh! mio dolor!

NORMA piano ad Oroveso.

Son madre …

OROVESO colpito

Madre!!!

NORMA.

Acquetati.

Clotilde ha i figli miei …

Tu li raccogli … e ai barbari

Li invola insiem con le …

OROVESO.

Giammai … giammai … va, lasciami.

NORMA s’inginocchia.

Ah! padre! … un prego ancor.

Deh! non volerli vittime

Del mio fatale errore …

Deh! non troncar sul fiore

Quell’innocente età.

Pensa che son tuo sangue …

Abbi di lor pietà.

Padre! tu piangi!

OROVESO.

Oppresso è il core.

NORMA.

Piangi e perdona.

OROVESO.

Ha vinto amore.

NORMA.

Ah, tu perdoni. – Quel pianto il dice.

POLLIONE E NORMA.

Contento (a) il rogo – ascenderò.

Io più non chiedo. – Io son felice.

OROVESO.

Ah! consolarmene – mai non potrò.

CORO.

Piange … prega … che mai spera?

Qui respinta è la preghiera.

Le si spogli il crin del serto:

Sia coperto di squallor.

I Druidi coprono d’un velo nero la Sacerdotessa.

Vanne al rogo: ed al tuo scempio

Purghi l’ara e lavi il tempio;

Maledetta all’ultim’ora,

Maledetta estinta ancor!

OROVESO.

Va, infelice!

NORMA incamminandosi.

Padre … addio.

POLLIONE.

Il tuo rogo, o Norma, è il mio.

Là più puro, là più santo

Incomincia eterno amor.

OROVESO.

Sgorga alfin, prorompi, o pianto:

Sei permesso a un genitor.

Fine

Vincenzo Bellini – Norma

Vincenzo Bellini
Norma

Tragische Oper in zwei Aufzügen

Personen

Sever, römischer Prokonsul in Gallien (Tenor)

Orovist, Haupt der Druidenpriester (Baß)

Norma, dessen Tochter, Oberpriesterin, eine Seherin (Sopran)

Adalgisa, Priesterin im Haine der Irminsäule (Sopran)

Klothilde, Normas Freundin (Sopran)

Flavius, Severs Begleiter (Tenor)

Zwei kleine Söhne Severs und Normas

Druidenpriester

Barden

Tempelwächter

Priesterinnen

Gallisches Kriegsvolk

Knaben

Ort der Handlung: Gallien, im und am heiligen Hain des Gottes Irmin und die Felsenwohnung Normas.

Im ersten Aufzug der heilige Hain des heidnischen Gottes Irmin. Dann die Felsenwohnung Normas. Im zweiten Aufzug dieselbe Felsenwohnung. Dann Waldgegend. Dann der heilige Hain wie im ersten Aufzug.

Zeit: 100 nach Christi Geburt.

Rechts und links vom Darsteller.

Spielzeit: Zwei Stunden fünfundvierzig Minuten.

Erste Aufführung: Mailand, Donnerstag, den 26. Dezember 1831.

Ouverture.

(Fünf Minuten.)

Erster Aufzug.

Nr. 1. Introduktion und Chor.

Der Vorhang hebt sich nach dem zwanzigsten Takte.

Der heilige Hain des heidnischen Gottes Irmin.

Rechts unter einer großen, mit Misteln bewachsenen Eiche auf Stufen die Säule des Gottes und der Druidenstein, der als Altar dient; an der Eiche aufgehängt das Schwert des Brennus neben einem Schild. Links hinten ein Felsenablauf.

Es ist Nacht; der Mond ist von Wolken bedeckt.

Rechts und links vom Darsteller.

Erster Auftritt.

Achtzehn gallische Anführer und Krieger. Weißgekleidete Druidenpriester. Vier Tempelwächter. Zwei Knaben. Dann Orovist, das Oberhaupt der Druiden.

Achtzehn gallische Krieger mit Schilden, Lanzen,

Keulen und Beilen bewaffnet, weißgekleidete Druidenpriester, zwei Tempelwächter mit großen Lanzen und umgehängten Hörnern, zwei Knaben mit Fackeln kommen von rechts hinter dem Druidenstein.

Orovist kommt als der letzte von rechts hinten und tritt zum Druidenstein.

Zwei Tempelwächter mit Lanzen und Hörnern folgen ihm und nehmen neben den beiden anderen Tempelwächtern Aufstellung.

Alle verbeugen sich vor dem Druidenstein rechts.

OROVIST.

Steig’ auf den Hügel, Druidenschar,

Späh’ durch die dunkeln Zweige,

Ob hell bestrahlend den Altar

Das neue Licht sich zeige!

Die Priester verneigen sich.

OROVIST.

Wenn es dem Ost entstiegen,

Erschallen die Gesänge

Der frohbewegten Menge,

Und dreimal tön’ das heil’ge Erz,

Kündend das Heil dem Land.

CHOR.

Norma bricht die geweihte Frucht

Im heil’gen Hain!

OROVIST.

Ja, Norma darf’s allein!

Allein!

CHOR.

Allein, allein!

Möge der Gott der Schlachten

Auf ihrer Stirne thronen,

Daß, die nach Rache schmachten,

Töten die Legionen,

Welche im blinden Rachedurst

Roma hierher gesandt, ja!

OROVIST.

Ja, es soll in wilder Flucht,

Römer, dein Heer erzittern!

Bald soll des Galliers schwere Wucht

Den Adlersitz zersplittern!

Schrecklich sei unsre Stimme,

Ähnlich des Donners Grimme!

OROVIST UND CHOR.

Bebe, du stolze Cäsarstadt,

Er naht, dein Rächer naht!

CHOR.

Schrecklich sei unsre

Stimme, ähnlich des Donners Grimme!

OROVIST.

Ähnlich des Donners Grimme!

CHOR.

Bebe, du stolze

Cäsarstadt, er nahet, der Rächer naht!

OROVIST.

Bebe, du Stadt! er naht, der Rächer naht!

Er verneigt sich gegen den Druidenstein und entfernt sich nach links über den Felsenablauf.

Die vier Tempelwächter und die beiden Knaben folgen ihm.

Die Priester und die Krieger gehen ebenso ab hinter dem Felsenablauf.

OROVIST UND CHOR entfernt.

Mond, wenn dein milder Strahl erglänzt,

Tritt Norma zum Altar!

Ihre Stimmen verhallen.

O Luna, erscheine!

Der römische Prokonsul Sever kommt, in seinen Mantel gehüllt, rasch und vorsichtig spähend, von rechts vorn.

Sein Begleiter Flavius mit Mantel und Schwert, folgt ihm.

Zweiter Auftritt.

Flavius, Sever zu seiner Linken. Dann Stimmen der Priester.

Nr. 2. Recitativ und Kavatine.

SEVER horchend.

Die Stimmen verhallen,

Frei finden wir die Pfade aus des Waldes Dunkel.

FLAVIUS tritt mahnend zu ihm.

Tod lauscht in diesem Walde,

Weissagte Norma.

SEVER.

O nenn’ den Namen nicht,

Er macht mich schaudern!

FLAVIUS erstaunt.

Wie deut’ ich das?

Die Traute, die Mutter deiner Söhne?

SEVER.

Dem Freundesherzen darf ich kühn

Vertrauen, was mich tief betrübet.

Einst liebt’ ich Norma,

Doch bald zerrissen der Liebe Bande,

Die Triebe, die mich an sie gefesselt;

Den Abgrund seh’ ich zu meinen Füßen,

Und muß hinab mich stürzen.

FLAVIUS dringlich.

Liebst eine andere du?

Er wendet sich beobachtend nach hinten.

SEVER mahnend sich umsehend.

O rede leise! Ja, ich liebe eine andere!

Adalgisa!

Du sollst sie sehen,

Des Lenzes schönste Blüte,

Die verborgen hier prangt.

Im Dienst des Tempels, des blutbefleckten Götzen,

Gleicht ihre Anmut

Einem Strahle der Sonne aus finstern Wolken.

FLAVIUS betroffen.

Ach, armer Freund!

Und schenkt sie dir Gegenliebe?

SEVER.

Wohl darf ich hoffen.

FLAVIUS warnend.

Wird Norma die Schmach nicht blutig rächen?

SEVER.

Entsetzen im Blicke, Medeen ähnlich

Glaubt’ ich sie zu erblicken.

Ein Traumbild –

FLAVIUS.

Erzähle!

SEVER.

Ha! die Erinnrung macht mich beben!

Kavatine.

SEVER.

Mit Adalgisa Hand in Hand

Träumt’ ich mich am Traualtare;

Sie trug ein weißes Brautgewand,

Blumen im Lockenhaare.

Hell brannten Hymens Fackeln schon,

Laut tönt’ ein Lied der Minne Lohn,

Da schwanden meine Sinne,

Und mich durchströmte ein Hochgefühl. –

Plötzlich taucht auf ein Schattenbild,

Schreitet langsam zum Tempel nieder;

Und ein Druidenmantel hüllt ein

Die halberstarrten Glieder.

Schnell brannte Hymens Fackel aus,

Schweigend entflohen alle;

Die frohgeschmückte Halle

Glich einem Leichenhaus!

Im Hintergrunde beginnt der Mondschein, vorn bleibt es dunkel.

Und ach, verschwunden war die Braut,

Samt den geliebten Söhnen;

Fernher erklang ihr Schmerzenslaut

Und meiner Kinder Stöhnen.

Da steigt aus dumpfer Gruft herauf

Ein Weib, den Stahl gerötet:

»Norma hat sie getötet,

So straft sie den Verrat!« –

Das heilige Erz ertönt links entfernt.

Der Mond wird allmählich sichtbar.

FLAVIUS.

Hörst du? – Ihrem Amte vorzustehn,

Nahet Norma dem heil’gen Haine!

CHOR DER PRIESTER links entfernt.

Luna erscheint am Horizont.

Fliehet, ihr Ungeweihten!

Flieht, Ungeweihte!

FLAVIUS drängend.

Eile!

SEVER bestimmt.

Ich bleibe!

FLAVIUS mahnend.

Hör’, o hör’ mich!

SEVER empört.

Schändliche!

FLAVIUS wie vorher.

Entflieh’!

SEVER nach links drohend.

Fürchtet meinen Zorn!

FLAVIUS gesteigert.

Fliehe nur schnell,

Gefahr bringt der Verzug!

SEVER ebenso.

Stürzen will ich den Götzendienst,

Entlarven den Betrug!

FLAVIUS wie vorher.

O eile nur schnell!

CHOR DER PRIESTER links entfernt.

Fliehet, ihr Ungeweihten!

FLAVIUS.

Gefahr brächte der Verzug!

SEVER mit Festigkeit.

Was mich kräftigt und beseelt,

Scheuet nicht der Menschen Stärke;

Was in der Gefahr mich stählt,

Liebe ist es, die Großes stets gebar.

Ihre Hand mir zu erringen,

Will ich kühn die Waffen schwingen,

In ihr Heiligtum zu dringen

Und zerstören den Altar.

FLAVIUS mit fortgesetzt mahnendem Drängen.

Eile!

Fliehe!

SEVER.

Stürzen will ich den Götzendienst!

FLAVIUS.

Gefahr bringt der Verzug!

Fliehe nur schnell!

SEVER.

Zerstören den Altar!

CHOR DER PRIESTER links entfernt.

Luna erscheint am Horizont,

Fliehet, ihr Ungeweihten! Ungeweihte!

SEVER.

Was mich kräftigt und beseelt,

Scheuet nicht der Menschen Stärke;

Was in der Gefahr mich stählt,

Liebe ist es, die Großes stets gebar.

Ihre Hand mir zu erringen,

Will ich meine Waffen schwingen,

In ihr Heiligtum zu dringen

Und zerstören den Altar!

Ich will zerstören nun den Altar!

Flavius zieht Sever ab nach links vorn.

Heller Mondschein fällt auf den Druidenstein (Altar) rechts.

Die vier Tempelwächter kommen im ersten Takt mit Hörnern auf den Felsenablauf links, bleiben oben stehen und blasen.

Die zwei Knaben mit Fackeln folgen und nehmen rechts vorn Aufstellung.

Priesterinnen mit Mantel, Schleier und Kranz kommen im fünften Takt von rechts hinter dem Druidenstein.

Orovist und die Priester kommen im neunten Takt von links hinter dem Felsenablauf.

Zwei Barden mit Harfen folgen den Priestern.

Die gallischen Krieger folgen von ebendaher zuletzt.

Dritter Auftritt.

Orovist. Priester. Priesterinnen. Tempelwächter. Barden. Krieger. Knaben.

Alle verneigen sich nach rechts gegen die Säule Irmins.

Ein Knabe geht hinauf zum Druidenstein, entzündet mit seiner Fackel die Opferflamme und kehrt auf seinen Platz zurück.

Nr. 3. Chor.

ALLE.

Norma schreitet, des Eisenkrauts Blüte

Schlingt sich heilig durch wallende Locken;

In der Hand glänzt die goldene Sichel

Als des wechselnden Mondes Symbol.

Sie erscheint, und die Sterne der Römer,

Glänzend erst, sind in Wolken verhüllet;

Sie strecken die Arme nach der Säule Irmins aus.

Irmin herrscht im Raume des Äthers,

Gleich Kometen, bedrohend die Welt.

Die vier Tempelwächter blasen.

Norma kommt von rechts hinter dem Druidenstein;

ihre Haare sind gelöst, ihr Haupt umgiebt ein Kranz von Eisenkraut, in der Hand trägt sie eine goldene Sichel.

Acht Dienerinnen folgen ihr; zwei Dienerinnen tragen je ein Bündel von Mistelzweigen; vier Dienerinnen tragen leere flache Körbchen.

Vierter Auftritt.

Die Vorigen. Norma. Dienerinnen.

Norma tritt hinauf vor den Druidenstein, legt die Sichel darauf und erhebt die Blicke wie begeistert zum Himmel.

Die acht Dienerinnen nehmen vor den Stufen des Druidensteins Aufstellung.

Hellster Mondschein überflutet Norma.

Allgemeine Stille.

Nr. 4. Scene und Kavatine.

NORMA.

Wer läßt hier Aufruhrstimmen,

Wer Kriegesruf ertönen?

Wollt ihr die Götter zwingen,

Eurem Willen zu folgen?

Wer wagt vermessen, gleich der Prophetin,

Der Zukunft Nacht zu lichten?

Wollt ihr der Götter Plan vorschnell vernichten?

Nicht Menschenkräfte können

Die Wirren dieses Landes schlichten.

OROVIST.

Wie lange noch soll lasten feindliches Joch

Auf Galliens Gefilden?

Die Tempel sind entheiligt,

Das Land die Beute von Roms

Gefräß’gen Adlern.

Nicht länger darf es rosten,

Das Schwert des großen Brennus!

CHOR mit energischer Bewegung.

Laß es rasch uns erheben!

NORMA.

Daß es zersplittre? – Zersplittre!

Ja, wenn tollkühn ihr versuchet,

Allzufrüh es zu zeigen!

Die Männer ziehen sich betroffen einen Schritt zurück.

NORMA.

Es sind die Tage eurer blutigen Rache

Noch nicht erschienen;

Der Römer Wurfgeschosse

Sind dem gallischen Beile

Noch viel zu mächtig.

OROVIST UND CHOR ruhig und gemessen.

Was kündet dir die Gottheit? Rede! weissage!

Höchste Aufmerksamkeit.

NORMA.

In den geheimen Blättern hab’ ich gelesen:

Dem Untergang verfallen ist jene stolze Roma,

Und Blutesbäche färben die mächtige Stadt!

Doch nicht durch Gallier,

Rom fällt durch eigne Schwäche,

Fällt durch Laster und Verrat!

Bedeutend.

Harret der Stunde, sie ist nicht fern,

Die Schmach und Elend rächet!

Friede gebiet’ ich, während die Mistel ich breche!

Sie streckt ihre Arme gen Himmel aus.

Die zwei Barden nehmen ihre Harfen zur Hand und spielen.

Die zwei Dienerinnen mit den Mistelbündeln gehen zu Norma hinauf und knieen vor sie hin.

Die vier Dienerinnen mit den leeren Körbchen ebenso.

Die letzten zwei Dienerinnen bleiben unten.

Norma nimmt die Sichel vom Druidenstein und erhebt sie segnend über die Mistelbündel.

Alle werfen sich auf die Kniee.

Der Mond leuchtet in seinem vollen Glanze.

Norma schneidet hierauf mit der Sichel die heilige Mistel von der Eiche und legt sie in die Körbchen der vier Dienerinnen; nach den fünfzehn Takten des Ritornells legt sie die Sichel auf den Druidenstein.

Die sechs Dienerinnen erheben sich, treten herunter und knieen unten wieder nieder.

NORMA.

Keusche Göttin im silbernen Glanze,

Thaue Segen auf die dir geweihte Pflanze!

Deines Anblicks laß uns erfreuen,

Wolkenfrei und schleierlos!

OROVIST UND CHOR.

Keusche Göttin im Silberglanze,

Thaue Segen auf diese Pflanze!

Deines Anblicks laß uns freuen,

Wolkenfrei und schleierlos!

NORMA.

Schleierlos, ja, schleierlos!

Laß nicht Zwietracht sich erneuen,

Träufle Balsam in die Wunden,

Bis den Frieden wir gefunden,

Der erkeimt aus deinem Schoß.

OROVIST UND CHOR.

Bis wir jenen Frieden aufgefunden,

Der entkeimt aus deinem Schoß!

Die zwei Barden enden ihr Harfenspiel.

Norma schreitet herab und nimmt die Mitte.

Alle erheben sich.

NORMA.

Nun trennt euch alle, kein Frevler wage

Diese Haine zu beschreiten;

Wenn die Götter schleudern ihre Racheblitze,

Um die Feinde zu zerstören,

Hört ihr vom Druidensitze

Meiner Stimme Donnerton!

Die Krieger erheben drohend die Waffen.

OROVIST UND CHOR feurig.

Rufe! Nicht einer soll entrinnen!

O gebiete! Laß uns beginnen,

Und als erstes Racheopfer

Falle der Prokonsul Roms!

Norma tritt noch etwas weiter vor, steht ganz für sich.

Die Dienerinnen mit den Körben voll Mistelzweigen gehen zu den einzelnen Gruppen und verteilen die Zweige.

NORMA.

Er fällt! Ich kann ihn töten!

Für sich.

Doch ihn töten? Mein Herz sagt nein! –

Entflohner, kehre wieder,

An meiner Brust erwarme,

Und diese mächt’gen Arme

Sind deines Lebens Pfand.

O kehre wieder mit heitern Blicken,

Nur du bist mein Entzücken,

Meine Seligkeit!

OROVIST UND CHOR unter sich.

Kommt langsam auch geschritten

Der süße Tag der Rache,

Ist doch in allen Hütten

Die Kampfeslust entbrannt;

Bleibet doch auf Berg’, in Hütten

Die Kampfeslust entbrannt!

NORMA für sich.

Ach! Entflohner, kehre wieder,

An meiner Brust erwarme,

Und diese mächt’gen Arme

Sind deines Lebens Pfand!

O kehre wieder mit heiteren Blicken,

Nur du bist mein Entzücken,

Meine Seligkeit!

OROVIST UND CHOR.

Es bleibt auf Bergen und in Hütten

Doch die Kampfeslust entbrannt!

NORMA für sich.

O sieh’ mein Sehnen,

Sieh’ meine Thränen,

O schlinge wieder

Der Liebe Band!

Kehre wieder, sieh’ meine Thränen!

OROVIST UND CHOR.

Zur Rache!

NORMA für sich.

Sieh’ die Thränen,

Sieh’ mein Sehnen,

Schlinge wieder

Der Liebe Band!

Sieh’ die Thränen,

O sieh’ mein Sehnen,

Schlinge wieder

Der Liebe Band!

OROVIST UND CHOR.

Auf den Bergen, in den Hütten

Bleibt die Kampfeslust entbrannt!

Die Knaben verlöschen das Feuer auf dem Druidenstein; einer nimmt die Sichel an sich.

Alle wenden sich zum Abgang nach rechts.

Norma, die Priesterinnen, die acht Dienerinnen, die Krieger gehen ab nach rechts hinten.

Orovist, die Priester, die Barden, die Tempelwächter, die Knaben entfernen sich nach rechts vorn.

Die Priesterin Adalgisa kommt von rechts hinter dem Druidenstein.

Fünfter Auftritt.

Adalgisa allein.

Nr. 5. Scene und Duett.

ADALGISA wird lebhaft nach dem achten Takte sichtbar; dann hält sie inne und schreitet, nachdem sie sich umgesehen, träumerisch vor.

Einsam sind diese Haine, fort die Druiden! –

Sie kommt weiter vor und preßt die Hände aufs Herz.

Ungesehen fließen nun meine Thränen,

Hier, wo ich zum erstenmale

Den Helden Roms, wehe mir! erblickte,

Der vergessen mich machte

Des Tempels, der Götter!

Wär’ der Traum doch vorbei!

Fruchtloses Hoffen! Ein unerklärlich

Sehnen bringt mich ihm nahe;

In seinem Anblick schwelgt mein krankes Auge;

Ich höre seine Stimme in Zephyrs Flüstern

Und im Säuseln der Blätter.

Sie eilt nach rechts zu dem Druidenstein und wirft sich auf die Kniee.

O beschütze mich, du Starker!

O beschütze mich, beschütze mich,

Du Starker, beschütze mich,

Es wanket, es wanket mein Glaube!

Du Starker, sei gnädig mir!

Mein Glaube, ach, mein Glaube wankt!

Sie erhebt sich langsam.

Der römische Prokonsul Sever kommt mit seinem Begleiter Flavius von links hinten.

Sechster Auftritt.

Adalgisa rechts vorn. Sever links hinten, Flavius an seiner Seite.

SEVER leise zu Flavius.

Da ist sie! Fort!

Ich will nichts weiter hören!

Flavius geht ab nach links hinten.

Siebenter Auftritt.

Adalgisa. Sever.

Sever kommt nach vorn.

ADALGISA bemerkt ihn, erschrocken.

Du! Du hier?

SEVER.

Was seh’ ich? Du hast geweint?

ADALGISA.

O sei barmherzig und laß mich beten!

SEVER.

Du flehst zu Göttern, die grausam,

Tyrannisch, stets abhold

Deinen Wünschen und den meinen.

Ach, Adalgisa, der Gott,

Zu dem wir rufen, ist Amor.

ADALGISA.

Weh’ mir, o schweige, nicht darf ich weilen.

Sie entfernt sich von ihm.

SEVER.

Willst du mich fliehen?

Welch Ort wäre so geheim,

Den ich nicht fände?

ADALGISA.

Der Tempel, des Gottes Altar,

Dem ich Treue geschworen.

SEVER.

Dem Gotte! und unsrer Liebe?

ADALGISA.

Muß ich entsagen! –

SEVER sehr leidenschaftlich.

Geh’ und opfre den falschen Göttern,

Opfre ihnen denn und bring’ mein Blut zur Sühne!

Er umschlingt Adalgisa.

Adalgisa sucht sich ihm zu entziehen.

SEVER.

Opfernd magst du, magst du’s vergießen,

Nimmer kann ich dich verlassen,

Nein, nein, dich nie verlassen! –

Adalgisa hat sich losgemacht und weist mit der Rechten nach rechts auf die Säule des Gottes Irmin, mit der Linken auf sich: »sie habe sich den Göttern geweiht!«

SEVER.

Nur dein Mund schwur den Altären,

Doch dein Herz, es schwur zu mir;

Mir nur sollst du angehören,

Niemals mehr entsag’ ich dir.

ADALGISA.

Ach, du weißt nicht, wie sehr ich leide,

Wie mein Herz dich warm verteidigt!

Dem Altare, den ich beleidigt,

Naht ich mich mit Kindesfreude.

Sie streckt hilfesuchend beide Arme nach der Säule des Gottes aus: »Vergebliches Flehen, ich bin schuldbeladen.«.

Heiter blickte einst mein Auge

Zu des Himmels Blau empor;

Nun ist mir sein Glanz entschwunden,

Da ich meine Ruh’ verlor.

SEVER.

Mildre Sitten, schönre Sonne

Bietet Rom, wohin wir eilen.

ADALGISA aufs höchste erschrocken.

Fort du? Fort du?

SEVER.

Zu neuen Thaten!

ADALGISA.

Fort du? Und ich?

SEVER.

Du folgst dem Gatten!

Amor ist der Gott der Götter,

Weiche seiner sanften Macht!

ADALGISA.

Unsre Priester, unsre Seher –

SEVER.

Sie schreien Wehe!

Und versinken dann in Nacht!

ADALGISA.

Ach, wer rettet? –

SEVER.

Von der Liebe bist du bewacht.

ADALGISA.

Nein, ich darf nicht,

Wachsam lauert der Verdacht.

SEVER.

Du könntest fliehen und mich verlassen?

Und mich verlassen? Adalgisa! Adalgisa!

Komm nach Rom, dem Schmuck der Städte,

Wo der Freude Nektarschale

Froh uns winkt zum Göttermahle

Und die Sorge sinkt in Lethe!

Säume nicht, die Feinde wachen,

Folge deines Herzens Ruf!

Glücklich sein und glücklich machen,

Welch ein herrlicher Beruf!

ADALGISA.

Ja, das sind die süßen Laute,

Ja, das sind die Liebeszeichen.

Welche Gott Irmins Vertraute

Vom Altare selbst verscheuchen!

Nimmer kann ich widerstehen

Diesem innern Herzensdrang!

Götter, hört mein heißes Flehen,

Zürnet nicht, daß mein Herz ich nicht bezwang!

SEVER drängend.

So komme!

ADALGISA zögernd.

Laß mich hier.

SEVER mit geöffneten Armen.

Sieh’ die Arme ausgebreitet!

ADALGISA.

Ach, laß mich!

SEVER.

Du könntest mich verlassen?

ADALGISA.

Ach, Schande mich begleitet.

SEVER.

Für mich nicht alles wagen?

ADALGISA.

O höre meine Stimme!

SEVER.

Adalgisa!

ADALGISA.

Sieh’, wie ich weine,

Sieh’ den Kampf der Pflicht und Liebe!

SEVER.

Adalgisa, gehorch dem Triebe!

ADALGISA.

Harre – du –

Ach, vergebens, ich bin die deine!

Umarmung.

SEVER.

Morgen in der Frührot Stunde

Harr’ ich dein!

ADALGISA.

Zum ew’gen Bunde!

SEVER.

Schwöre!

ADALGISA.

Heilig!

SEVER.

Geliebte Seele, ich darf hoffen?

ADALGISA.

Ja, du darfst hoffen,

Treulos bin ich den Altären,

Treu werd’ ich der Liebe sein!

SEVER.

Mildre Götter wirst du ehren,

Und verachten den Betrug –

ADALGISA.

Treu werd’ ich, ja, treu

Der Liebe sein,

Ja, treu der Liebe sein!

SEVER.

Verachten den Betrug und Schein,

Und treu der Liebe sein!

Er verläßt sie nach inniger Umarmung und geht ab nach links hinten.

Adalgisa wendet sich zum Abgang nach rechts hinten.

Verwandlung.

Nr. 6. Duett.

Der Vorhang hebt sich nach dem fünfundzwanzigsten Takte.

Normas Felsenwohnung mit einer Mittelöffnung, deren Vorhänge geschlossen sind; hinter den Vorhängen eine Lagerstätte mit einer Fensteröffnung darüber. Rechts eine Felsenöffnung als Eingang. Zur Rechten ein Steinaltar; mehr nach der Mitte hin auf Tierfellen ein Blocksitz. Links ein Herd; in seiner Nähe auf Tierfellen ein Ruhelager; an der linken Hinterwand ein Steintisch.

Es ist Tag.

Achter Auftritt.

Klothilde, die beiden Kinder Normas an der Hand führend; Norma ohne Mantel und Schleier zu ihrer Linken.

NORMA geht auf die Kinder zu und wendet sich bebend vor ihnen zurück; zu Klothilde.

Geh’ jetzt, ich will sie nicht mehr sehen!

Schauder ergreift mich,

Wenn ich sie will umarmen!

Sie setzt sich auf das Ruhelager links, mit dem Arm auf dem Lager ihren Kopf stützend.

KLOTHILDE.

Woher der Zwiespalt in deiner Brust?

Es sind so gute Kinder!

NORMA gepeinigt.

Frag’ nicht! – In diesem Herzen

Wechseln Gefühle. Bald herrscht die Liebe,

Bald hass’ ich meine Kinder. Bald macht ihr Anblick mir Freude,

Bald wieder Kummer. Jetzt möcht’ ich sie herzen,

Jetzt zornig strafen, bald mich und sie verwünschen,

Daß ich die Mutter.

KLOTHILDE.

Und du bist Mutter!

NORMA leidenschaftlich aufspringend.

O wär’ ich’s nicht.

KLOTHILDE rasch.

Du sprichst in Rätseln!

NORMA.

Du kannst mich nicht verstehen,

Du treue Seele.

Sehr wichtig.

Vom Senat berufen

Ist Sever.

KLOTHILDE.

Du wirst ihm folgen?

NORMA betroffen, langsam und düster.

Darüber schwieg sein Mund.

Mit steigender Aufregung.

Ach! Wenn er fliehen könnte,

Und mich verließe! Wenn er vergessen könnte

Mich und die Kinder!

KLOTHILDE.

Und glaubst du? –

NORMA mit einigen Schritten nach links.

Gewißheit! Sie wäre minder grausam

Als böse Ahnung, als trüber Zweifel! –

Ich höre Tritte!

Zu Klothilde.

Geh’, verbirg sie!

Klothilde geht mit den Kindern ab durch die Mittelvorhänge.

Die Vorhänge fallen hinter ihr wieder zu.

Adalgisa kommt mit dem Eintritt des Andante von rechts.

Neunter Auftritt.

Adalgisa, Norma zu ihrer Linken.

Adalgisa steht still.

NORMA.

Adalgisa!

ADALGISA für sich.

Herz, bleibe standhaft!

NORMA.

Tritt näher, du holdes Wesen!

Adalgisa bleibt stehen.

NORMA.

Komm näher! Du scheinst zu zittern?

Zu sprechen wünschest du mit mir,

Geheimes trägst du auf dem Herzen?

ADALGISA.

So ist’s. Doch du bist strenge,

Kennst nicht die Macht der Leidenschaft,

Der Schwäche bist du verschlossen.

Sie tritt näher und wirft sich vor Norma auf die Kniee.

Wo find’ ich Stärke, mein Herz

Dir zu entschleiern?

Dir mich zu entdecken!

NORMA.

Vertraue und rede, was betrübt dich?

ADALGISA nach einem Augenblick des Bedenkens.

Die Liebe –

Norma macht eine Bewegung.

ADALGISA.

O zürne nicht!

Lange hab’ ich gestritten, sie zu besiegen,

All’ meine Kraft verschwendet,

Eifrig gebetet – Ach, alles fruchtlos!

So wisse, was ich ihm zugeschworen:

Den Tempel meiden und den Altar,

Dem ich verlobt, verraten,

Mein Heimatland verlassen –

NORMA.

Halt ein, Verirrte!

Sie legt ihre Hand auf Adalgisas Haupt.

Im Morgenrot des Lebens

Ist dein Stern schon versunken?

Sie hebt Adalgisa auf und führt sie nach dem Ruhelager links.

Erzähle mir alles!

Sie sitzt und hält Adalgisas Hände.

Wie faßte dich die Glut?

ADALGISA zu Normas Füßen knieend.

Von einem Blicke, von einem Seufzer

Im geweihten Haine, dort am Altare,

Wo ich in Andacht flehte. Ich bebte,

Auf meiner Lippe starb das Wort des Gebetes.

Norma läßt allmählich Adalgisas Hände los und versinkt in träumerisches Erinnern.

ADALGISA.

Ich war versunken in nie geahnte Wonne,

Sah andre Himmel und andre Sonnen,

Er war mein alles, mein Himmel!

NORMA für sich.

O Rückerinnrung!

So war mein Los, so ward mein Aug’ geblendet,

Als es auf seinem ruhte.

ADALGISA.

Doch – du scheinst ja zerstreut?

NORMA.

Rede! Ich höre.

ADALGISA steht langsam auf.

Hier stahl er mir den Frieden,

Hier sah ich ihn manche Stunde;

Wenn er von mir geschieden,

Brannte des Herzens Wunde.

NORMA für sich.

Ach, so erging es mir!

ADALGISA.

Laß mich, rief er mit Flehen,

Dir in das Auge sehen –

NORMA für sich.

O Rückerinnrung!

ADALGISA entfernt sich einige Schritte von Norma; mehr für sich.

Laß mich aus deinen Augen –

NORMA für sich.

So hat auch er gesprochen!

ADALGISA.

Wonne und Hoffnung saugen,

Gieb mir des Haares Locke,

Nicht versage der Liebe Kuß!

NORMA für sich.

O süße Töne!

So haben sie auch einst

Dies unbewachte weiche Herz gebrochen!

ADALGISA in seligem Erinnern wie für sich.

Sanft, wie der Zephyr am Fliederstrauch,

Süß, wie die Töne der Harfe,

Klang seines Mundes Beredsamkeit –

Ich sah den Himmel offen.

NORMA für sich.

Ich fühlte gleichen Zauber!

ADALGISA weinend, sich Norma wieder nähernd.

Ach, da vergaß ich die Pflichten –

NORMA.

Du sollst nicht weinen.

ADALGISA.

Wirst du mich gnädig richten?

NORMA.

Ich bin nicht grausam.

ADALGISA.

Nun kennst du mein Vergehen.

NORMA.

Ich bin nicht grausam.

ADALGISA.

Wirst du mein Herz verdammen?

Verzweifelnd vor Norma zusammenstürzend und deren Kniee umfassend.

Rette mich vor mir selber,

Rette mich, rette mich, wenn du kannst!

NORMA.

O klage nicht, du Tiefbetrübte,

Noch ist zu lösen dein Gelübde.

ADALGISA.

Ach! wiederhole des Trostes süße Worte!

NORMA steht auf und hebt Adalgisa empor an ihre Brust.

Heil dir, o Heil!

Sie küßt sie.

Empfange diesen Schwesterkuß,

Ich will der Welt dich retten,

Sich von Adalgisa loslösend.

Denn dein Gelübde lös’ ich auf,

Ich breche deine Ketten!

Dir lacht das Glück der Liebe,

Die höchste Erdenlust.

ADALGISA.

O wiederhole noch einmal

Des Trostes süße Worte;

Geendet ist nun meine Qual,

Mir strahlt der Hoffnung Sonne!

Du hast hinweg genommen

Die Leiden meiner Brust,

Ja – ja – ha, welch süße Lust!

NORMA.

Dir wird noch lachen das Glück der Liebe,

Die höchste Lust – ach!

ADALGISA.

O wiederhol’ des Trostes Wort,

Des Trostes Wort – ach!

NORMA.

Empfange diesen Schwesterkuß,

Ich will der Welt dich retten.

Ja, dein Gelübde löse ich,

Ich sprenge deine Ketten.

Dir lacht das Glück der Liebe,

Die höchste Erdenlust,

Ja, ja, ja, höchste Lust!

ADALGISA.

O laß die Worte,

Laß mich sie hören!

Du hast weggenommen

Den Stachel der Brust,

Ja, ja, ach, welche Lust!

BEIDE.

Ach – ach, welche Lust!

NORMA drängt Adalgisa nach der Mitte und umarmt sie stürmisch.

Doch sprich, wie ist sein Name?

Mit einigen Schritten nach links.

Ist er vom Kriegerstande?

ADALGISA.

Gallien ist nicht sein Heimatland,

Er ist ein Römer!

NORMA ahnend.

Römer? Und heißt? Vollende! –

Sever kommt von rechts.

Zehnter Auftritt.

Sever rechts. Adalgisa in der Mitte, etwas zurückstehend. Norma links.

ADALGISA zeigt nach rechts.

Hier kommt er.

NORMA aufflammend.

Dieser? Sever!

ADALGISA.

Du zürnest?

NORMA gesteigert.

Sever ist dein Geliebter?

Täuscht mein Gehör mich?

ADALGISA.

Ach, nein!

SEVER zu Adalgisa.

Unheil hast du gestiftet!

ADALGISA betroffen.

Unheil?

NORMA zu Sever.

Bebest du? Und für wen

Magst du jetzt erbeben?

Ausbrechend.

Du sollst nicht beben für jene dort,

Nein, nicht für jene,

Die nur dein Hauch vergiftet!

Adalgisa bebt erschrocken mehr nach hinten zurück.

NORMA.

Sie nicht; du gabst dein Heuchelwort,

Du nur warst der Verräter!

Erbebe nur für dich, erbebe nur für dich,

Für deine Kinder, zittre für mich,

Für dich, Verräter, erzittre nur für dich,

Erzittre für dich, für dich und mich!

ADALGISA aufs höchste betroffen.

Was hör’ ich? Du? – Sever? – Rede! –

Sever wendet sich schweigend ab.

ADALGISA.

Nein, schweige! O Himmel!

Sie preßt, etwas in sich zusammensinkend, das Gesicht in die Hände. Norma tritt zu ihr. Sever hat nur für Adalgisa Sinn und Auge.

Nr. 7. Terzett.

NORMA.

Arme! geopfert ist dein Glück,

Ihm konntest du vertrauen!

Besser wär’s, giftigen Schlangenblick,

Sie zeigt nach Sever.

Als seine Blicke zu schauen!

Ach, deine holden Augen

Gleichen zwei Thränenbächen.

Brennende Qualen foltern

Zwei treue Herzen,

Die der Verräter treulos brach!

ADALGISA.

Ach, wann schließt sich des Zweifels Thor?

Schrecklich sind deine Züge!

Wahrheit verlangt mein scheues Ohr

Doch dieses Herz verlangt die Lüge.

NORMA zu Adalgisa.

Arme, geopfert ist dein Glück.

Ja, besser wär’s, gift’ger Schlangenblick,

Als diese Blicke, den Blick zu schauen.

ADALGISA.

Ahnung erfüllt mein banges Herz!

Was wird die Zukunft spenden?

Nie wird mein Jammer enden,

Wenn er den Eid mir brach.

NORMA zu Adalgisa.

Laß deine Thränen strömen,

Brennende Qualen foltern

Zwei Herzen, die er treulos brach,

Die der Verräter treulos brach!

SEVER.

Norma, in dieser Stunde nicht

Soll mich dein Zorn erreichen!

Er zeigt nach Adalgisa.

Sieh’ auf dies holde Angesicht,

Es stirbt dahin, sieh’, es will erbleichen!

Nicht in der Jungfrau Gegenwart

Sollst du den Schleier lüften;

Mag denn der Himmel richten,

Wer von uns beiden mehr verbrach!

Sieh’ dort die Arme,

Gebeugt von dem Harme,

Die ohne Schuld

Die rein, die nichts verbrach! –

NORMA.

Ja, besser wär’ es, Schlangenblick,

Nach Sever zeigend.

Als diesen Blick zu schauen! –

Du kannst es wagen! –

Laß den Thränen freien Lauf,

Beide sind, beide sind betrogen!

Beide hat er uns belogen,

Ja, uns belogen,

Da er seine Schwüre, seine Schwüre brach,

Er seinen Eid mir brach! –

ADALGISA tritt Norma näher.

Ach, wann schließt sich des Zweifels Thor?

Wahrheit verlangt mein scheues Ohr,

Doch dieser Busen verlangt die Lüge!

Ahnung erfüllt mein banges Herz,

Was wird die Zukunft spenden?

Nie wird mein Jammer enden,

Wenn er den Eid mir brach.

Ahnung, ja, sie erfüllt mein banges Herz!

O was wird mir die Zukunft spenden?

Ach, nie, niemals wird, nie sich mein Jammer enden,

Wenn er den Eid mir brach! –

Sie schmiegt sich bittend an Normas Schulter.

NORMA macht sich frei; empört zu Sever.

Schändlicher!

SEVER.

Du rasest!

Er will fort.

NORMA beobachtet beide mit größter Aufmerksamkeit; zu Sever.

Bleibe noch!

SEVER faßt Adalgisas Hand und will sie mit sich fortziehen.

Folge mir!

ADALGISA sich von ihm losreißend.

Nein, niemals folg’ ich dir!

Norma nennt dich Gatten!

SEVER.

Teure, dich hab’ ich erkoren!

ADALGISA.

Nein, niemals folg’ ich dir!

SEVER schließt Adalgisa fest in seine Arme.

Mein wirst du, hab’ ich geschworen.

ADALGISA.

Geh’, falscher Mann!

SEVER mit Feuer.

Für dich nur fühl’ ich allein

Heiße Liebe, für jene Haß!

Für jene empfind’ ich Haß!

NORMA.

Wohlan!

Mit erstickter Stimme.

Vollende den Meineid

Und fliehe!

Zu Adalgisa.

Folge ihm!

ADALGISA reißt sich von Sever los und eilt zu Norma hin.

Norma, o höre mich! gieb mir den Tod!

NORMA in höchster Leidenschaft die Mitte nehmend; zu Sever.

Ziehe hin, weil du vergessen

Deinen Schwur, der Kinder Ehre!

Doch läßt meines Fluches Schwere

Nie der Liebe froh dich werden!

Ziehe fort, weil du vergessen

Deinen Schwur, der Kinder Ehre!

Ziehe fort, weil du vergessen

Wort und Ehre!

Sie wendet sich nach links.

SEVER zu Norma.

Magst du fluchen im Thorengrimme,

Abscheu wecket dies tolle Wüten!

NORMA zu Sever.

Auf dem Lande, wie auf dem Meere

Wird ereilen dich meine Rache,

An dem Lager hält sie die Wache,

Rüttelt dich mit Allgewalt.

SEVER.

Magst du fluchen im Thorengrimme,

Abscheu weckt dies tolle Wüten;

Magst du Hassespläne brüten,

Mächt’ger ist der Liebe Stimme.

Fluche nur im Thorengrimme,

Abscheu weckt dies tolle Wüten,

Ja, dies Wüten!

ADALGISA norma anflehend.

O verzeihe, daß meine Leiden

Dir getrübet der Seele Ruhe!

SEVER zu Norma.

Sieh’ mich trotzen dem Schrei nach Rache,

Denn der Himmel schützt die Schwache.

Fluche mir im Thorengrimme,

Ja, ich trotze deiner Wut!

ADALGISA zu Norma.

O verzeihe, daß meine Leiden

Dir getrübt der Seele Ruhe!

NORMA zu Sever.

Fliehe!

ADALGISA.

Berge, Meere sollen scheiden

Ewig mich von dem Verräter!

NORMA.

Verräter!

ADALGISA.

O verzeih’, daß meine Leiden

Dir getrübt der Seele Ruhe –

SEVER.

Magst du fluchen, magst du wüten!

ADALGISA.

Deine Ruhe dir getrübt,

Ja, dir getrübt!

SEVER.

Sieh’ mich trotzen dem Schrei nach Rache,

Denn der Himmel, er schützt die Schwache!

NORMA.

Auf dem Lande, wie auf dem Meere

Wird ereilen dich meine Rache!

ADALGISA.

Dich nur will ich glücklich wissen,

Meine Schmerzen in mich verschließen;

Vater sei er seinen Kindern

Und das Grab mein Aufenthalt!

NORMA.

Ja, Verräter, meine Flüche

Stören deine Liebeslust!

SEVER.

Fluche nur im Thorengrimme,

Ja, ich trotze deiner Macht!

Deine Brust,

Sie fühlt sich schuldbewußt.

NORMA.

Nie, nie fühle du der Liebe Lust.

ADALGISA.

Ja, ja! Schweigen soll der Schmerz;

In der eignen Brust

Verschließen meine Schmerzen

Sich schuldbewußt!

Sever eilt ab nach rechts.

Adalgisa stürzt Norma zu Füßen.

Zweiter Aufzug

Nr. 8. Introduktion und Scene.

Der Vorhang hebt sich im fünfzigsten Takte.

Dieselbe Felsenwohnung Normas.

Die Mittelvorhänge sind zurückgeschlagen.

Es ist Nacht; durch die Fensteröffnung über der Lagerstätte hinten fällt das Mondlicht.

Erster Auftritt.

Norma. Ihre beiden Kinder schlafend auf der Lagerstätte hinter den Mittelvorhängen, vom Mond beschienen, der durch die Fensteröffnung darüber fällt.

NORMA kommt ohne Schleier, offene Haare, verstört und bleich, mit einer brennenden Lampe und einem Dolche von rechts; sie setzt die Lampe auf den Steintisch an der linken Hinterwand, tritt vor ihre beiden Söhne und neigt sich leicht über sie.

Beide im Schlafe! – Sie sehen nicht das Eisen,

Das sie durchbohren soll.

Sie drückt ihr Mitleid hinab.

Nicht rege dich, Erbarmen, sie müssen sterben!

Hier harrt der Tod und Schande trifft sie in Rom.

Ha, Normas Blut entehret! Zum Sklavendienst erniedrigt!

Könnt’ ich’s ertragen? Rasch vollbracht!

Sie macht einen Schritt, bleibt dann stehen.

Ja, wenn ich dem Lager nahe,

Faßt mich ein Schauder,

Es sträubt sich das Haar auf meinem Haupt!

Die Kinder töten –

Die hier in Unschuld noch schlummern? Sie,

Noch vor kurzem Wonne der Mutter,

Sie, deren süßes Lächeln

Die Verzeihung des Himmels mir verhießen!

Sie tötet dieser Stahl! Sind sie Verbrecher?

Es sind Severs Söhne: dies ihr Verbrechen!

Mir sind sie schon gestorben!

Sie mögen beide tot auch für ihn sein!

Er find’ sie als Leichen! – Wohlan!

Sie schreitet zur Lagerstätte hinten und erhebt den Dolch; plötzlich grell aufschreiend.

O nein! teure Kinder!

Die Kinder erwachen von diesem Aufschrei und richten sich auf.

NORMA kniet über sie gebückt und umfaßt sie.

Geliebte!

Sie beruhigt die Kinder und legt sie wieder zurück; noch knieend.

Herbei! Klothilde!

Klothilde kommt eilig von rechts.

Zweiter Auftritt.

Klothilde, Norma zu ihrer Linken. Die Kinder auf der Lagerstätte hinten.

NORMA.

Eile! Bringe mir Adalgisa!

KLOTHILDE.

Sie ist dir nahe!

Sie sucht einsame Pfade und weinet und betet.

NORMA erhebt sich.

Geh’!

Klothilde geht ab nach rechts.

Die Kinder schlafen wieder ein.

NORMA.

Meinen Fehltritt will ich bekennen

Und dann, dann sterben!

Adalgisa kommt von rechts.

Dritter Auftritt.

Adalgisa, Norma zu ihrer Linken. Die Kinder auf der Lagerstätte hinten.

Nr. 9. Recitativ und Duett.

ADALGISA furchtsam, mit gesenktem Blick.

Du willst mich sprechen?

Sie erhebt den Blick und geht rasch einige Schritte auf Norma zu; erschrocken.

Tief gefurcht die Stirne, bleich dein Gesicht?

NORMA.

Blässe des Todes!

Du sollst nun meine Schande erfahren!

Nur eine letzte Bitte höre und erfülle sie,

Wenn du Erbarmen hast

Mit dem gräßlichen Schmerz,

Der mich durchwühlet!

ADALGISA.

Alles, alles geschehe!

NORMA.

Du schwörest?

ADALGISA.

Ich schwöre!

NORMA.

So höre! Ein Ziel zu setzen

Dem mir verhaßten qualvollen Leben

Bin ich entschlossen.

Adalgisa macht eine erschrockene Bewegung.

NORMA.

Diese Teuern will ich nicht mit mir nehmen.

Sei ihnen Mutter!

ADALGISA heftig erschrocken.

Halt ein! Ich ihnen Mutter?

NORMA.

In der Römer Lager

Bring’ sie dem Manne,

Den ich zu nennen scheue.

ADALGISA.

Ach, was verlangst du!

NORMA.

Wird er dein treuer Gatte,

Sei sterbend ihm verziehen.

ADALGISA schaut schmerzlich zu Norma auf.

Gatte? Ha, nimmer!

NORMA groß, erhaben.

Sei unsern Kindern nun Mutter! –

Duett.

NORMA.

Diese Zarten jetzt beschütze,

Sei ihr Stab, sei ihre Stütze.

Nicht begehr’ ich Rang’ und Größe,

Hüten mögen sie die Herden;

Nur bedecke ihre Blöße

Und laß sie nicht Sklaven werden!

Immer wirst du daran denken,

Daß ich ihnen Mutter ward.

Freiheit wirst du ihnen schenken,

Sklavenlos ist allzuhart!

ADALGISA.

Hohe Norma, du Starke, Weise,

Bleibe Mutter, sei Freundin mir;

Deine Kinder kann ich dir nicht rauben,

Deinen Auftrag nimmer vollziehn!

NORMA.

Deine Eide –

ADALGISA.

Will ich halten,

Dir zum Heile, dir zum Gedeihen!

In das Lager will ich fliegen,

Deinen hehren Sinn zu künden;

Ja, mein Flehn wird ihn besiegen,

Meinen Mund mit Kraft beseelen.

Hoffe! Mit der Einsicht Waffen

Werd’ ich bald zurück ihn führen;

Hart ist nicht sein Herz geschaffen,

Norma herrschet noch darin.

NORMA.

Ich ihn bitten? Kannst du das glauben? Ich ihn?

ADALGISA.

Norma! O hör’ mich!

NORMA.

Ich darf nicht hören!

Mit der ausgestreckten Rechten.

Eile – fort!

ADALGISA.

Ach, nein, ich kann nicht! Ach, nein! –

Sie ergreift die ausgestreckte Rechte Normas.

Sieh’, o Norma, ach, hab’ Erbarmen,

Diese Pfänder verschmähter Liebe!

Habe Mitleid mit diesen Armen,

Eh’ du grausam, ja, grausam dich zerstörst!

NORMA ihre Hand von Adalgisa losmachend.

Ach, warum willst du mein Herz bewegen?

Neue Hoffnung soll ihm entkeimen?

Siehst doch, wie mit solchen Träumen

Du den stolzen Sinn verkehrst!

ADALGISA zeigt auf die Kinder.

Sieh’ die teuren Pfänder deiner Liebe,

O hab’ Erbarmen, ach!

Sieh’, o Norma, o hab’ Erbarmen!

Diese Pfänder der verschmähten Liebe,

Habe Mitleid mit diesen Armen,

Ehe du grausam dich zerstörest,

Dich grausam, dich selber zerstörst,

Dich selbst zerstörst!

NORMA.

Ach, warum, ach, warum willst du mein Herz,

Dieses Herz, ach! ach, warum denn mein Herz bewegen?

Ja, du willst nur mein Herz bewegen,

Neue Hoffnung soll ihm entkeimen!

Siehst du, wie mit solchen Träumen

Den Sinn mir, den Sinn mir verkehrst,

In mir verkehrst!

ADALGISA schließt die Mittelvorhänge und geht auf Norma zu.

Höre mein Flehen!

NORMA im Innersten bewegt, schwankend, hoffend.

Verlasse mich! Er liebt dich!

ADALGISA.

Er wird bereuen.

NORMA.

Und du?

ADALGISA.

Ich liebt’ ihn, nun kann

Ich ihm nur Mitleid weihen.

NORMA groß, bedeutend.

Du reine Seele! Du wolltest?

ADALGISA entsagend, feierlich.

Heiligen deine Rechte, oder mit dir

Auf ewig mich bergen in Waldes Nacht.

NORMA von Adalgisas Opfer aufs höchste ergriffen.

Ja, du siegest! umarme mich!

Gerührt, weich, mit Kuß und Umarmung.

Tugend, es siegt deine Macht!

Adalgisas Kopf in ihren beiden Händen haltend.

ADALGISA,NORMA.

Ja, bis zur letzten Lebensstunde

Bleib’ ich dir Freundin und treue Gefährte.

Ach, für zwei Herzen im engen Seelenbunde

Ist groß genug noch die weite Erde.

Sich umschlungen haltend.

Stürzt auch die Welt zusammen,

Steht der Altar in Flammen,

Halten zwei Schwesterherzen

Einander treu bewacht!

Verwandlung.

Nr. 10. Chor und Arie.

Der Vorhang hebt sich nach dem neunzehnten Takte.

Kurze Waldgegend.

Es ist früh am Morgen.

Vierter Auftritt.

Anführer und gallische Krieger mit Schilden, Lanzen, Keulen und Beilen bewaffnet.

Die Ersten kommen erregt von rechts vorn.

DIE ERSTEN.

Noch nicht fort?

DIE ZWEITEN.

Er ist im Lager, im Lager!

Nichts gewisser!

Die rauhen Klänge

Der Schlachtgesänge

Schallen laut empor!

Gebietrisch stehen

Adler noch am Lagerthor.

BEIDE in feurigem Unmute.

Ein kurzes Zaudern

Bringet unsern Plan zur Reife.

Wartet noch, wartet noch!

Ein kurzes Zaudern

Bringet unsern Plan zur Reife.

Ob sich Not und Elend häufe,

Gläubig blickt zu Gott empor!

In trotziger Ruhe.

Haltet still und keiner greife

Nun dem Rat der Götter vor!

Orovist kommt von links hinten.

Fünfter Auftritt.

Die Vorigen. Orovist.

OROVIST die Mitte nehmend.

Ihr Tapfern! Wohl durft’ ich hoffen,

Dem raschen Mut ein nahes Ziel zu zeigen;

Gern hätt’ ich euch befohlen,

Der Römer Stolz zu beugen.

Alle mit den Waffen in freudiger Bewegung.

OROVIST.

Doch – bezähmt euern Zorn!

Die Götter schweigen.

CHOR.

Schrecklich! soll in den Wäldern

Der verhaßte Prokonsul länger hausen?

Er ward nach Rom berufen!

OROVIST.

Er kehrt zurück zur Tiber,

Doch einen wildern Krieger

Gedenkt uns Rom zu senden.

CHOR.

Und Norma weiß? Und Frieden

Verkündet noch ihr Mund?

OROVIST.

Es war vergebens,

Zur Rach’ sie anzueifern.

CHOR.

Und was befiehlst du?

OROVIST.

Dem Schicksal die Stirn zu beugen,

Uns zu trennen und vorsichtig noch

Zu bergen unser Unternehmen.

CHOR trotzig, wild.

Warum Verstellung?

OROVIST.

Sie nur allein führt zum Ziele! –

Fluch den Römern! ihr Joch zu brechen,

Zucket krampfhaft diese Rechte!

Doch die Gottheit will nicht Gefechte,

Nur Verstellung rät sie an!

CHOR.

So laßt uns schweigen und schweigend harren,

Bis der Rache Stunden schlagen!

OROVIST.

Glaubt der Feind an unsre Schwächen,

Wird er sorglos sich entscharen:

Kommt die Stunde, soll er erfahren,

Daß der Gallier kämpfen kann!

CHOR.

Wehe Rom, wenn unsre Waffen

Stürmend seinen Adlern nahn!

Heuchelt denn, wenn heucheln nützet,

Wallt das Blut auch zornerhitzet!

Wehe Rom, wenn unsre Waffen

Stürmend seinen Adlern nahn!

Doch Verstellung rät sie an!

OROVIST.

Nur Verstellung rät sie an!

Kommt die Stund’, soll er erfahren,

Daß der Gallier kämpfen kann.

Doch Verstellung rät sie an!

Gruppe.

Verwandlung.

Nr. 11. Scene.

Der Vorhang hebt sich nach dem zehnten Takte.

Der heilige Hain des heidnischen Gottes Irmin wie zu Anfang des ersten Aufzuges.

Es ist Tag.

Sechster Auftritt.

Norma allein, wie im ersten Aufzug mit dem Kranz.

NORMA ruhig, doch freudig verklärt.

Er kehrt zurück!

Ja, fest kann ich vertrauen auf Adalgisa!

Er wird den Fehl bereuen,

Um Verzeihung flehn, wieder mein sein.

Ach! die süße Ahnung

Verscheucht die dunklen Wolken,

Die meine Stirn bedeckten!

Mit erhobenen Armen.

Es scheint die Sonne, wie in den Tagen

Unsrer jungen Liebe.

Klothilde kommt eilig von links.

Siebenter Auftritt.

Norma, Klothilde zu ihrer Linken. Dann nahe Stimmen.

NORMA tritt ihr erwartungsvoll entgegen.

Klothilde!

KLOTHILDE.

O Norma! Jetzt handle rasch!

NORMA.

Was sagst du?

KLOTHILDE.

Treulos!

NORMA.

Erzähle, berichte!

KLOTHILDE.

Umsonst flehte Adalgisa und weinte.

NORMA wendet sich von Klothilde ab nach vorn.

Ihr konnt’ ich trauen,

Ihr, meiner Feindin?

Sie log, die Falsche! bestürmte

Mein Herz mit Thränen!

Sie ist hingegangen, neu ihn zu fesseln!

KLOTHILDE.

Sie kehrt zurück zum Tempel,

Trauernd, beklommen,

Bereit, das Gelübde abzulegen.

NORMA ohne Klothilde anzusehen.

Und er?

KLOTHILDE.

Er schwur, vom Altar der Götter

Sich seine Braut zu rauben.

Norma giebt Klothilde ein Zeichen.

Klothilde entfernt sich nach rechts hinter dem Druidenstein.

NORMA.

Voll ist die Sündenschale

Und erwacht ist die Rache!

Ja, Blut soll fließen, römisches Blut,

Stromweis will ich’s vergießen!

Sie geht nach rechts hinauf zur heiligen Eiche, ergreift das dort hängende Schwert und schlägt dreimal damit auf den Schild.

Drommeten links in der Nähe.

CHOR links und rechts in der Nähe.

Schallt das Erz unsrer Gottheit?

Priesterinnen kommen mit Mantel, Schleier und Kranz von rechts hinter dem Druidenstein.

Orovist, Priester, vier Tempelwächter, zwei Barden, gallische Anführer und Krieger mit Schilden,

Lanzen, Keulen und Beilen bewaffnet, kommen von links, teils über den Felsenablauf.

Achter Auftritt.

Tempelwächter. Norma. Barden. Priesterinnen. Priester. Orovist. Krieger.

CHOR.

Norma, was soll’s?

Erklungen der Schild von Gott Irmin?

Wirst du der Erde Götterspruch künden?

NORMA hält das Schwert hoch.

Kämpfe! – Schlachten! – Vertilgung!

CHOR.

Doch hat erst heute dein prophet’scher Mund

Frieden geboten!

NORMA.

Die Götter zürnen und eure Feinde fallen!

Laßt Schlachtenruf erschallen,

Ihr starken Krieger! Kämpfet, kämpfet!

Nr. 12. Schlachtgesang.

CHOR begeistert gegen Norma.

Kämpfe! Kämpfe! die gallischen Eichen

Sind nicht stärker als Galliens Mann!

Wie das hungernde Raubtier die Herden,

Fallt die römischen Phalangen an.

Schlachtgemetzel! Vernichtung und Rache!

Falle Wucht und der Sturmbock erkrache!

Wie die Mistel der Sichel erlieget,

Sei der Römer durch Schwerter besieget!

Stürzt die Adler, beschneidet die Schwingen,

Tötet alles, was Waffen noch trägt!

Laßt ins Lager der Römer uns dringen,

Wo das Herz unsres Todfeindes schlägt.

Die Barden spielen die Harfe.

Die Krieger knieen nieder, erheben die Waffen, daß sie gesegnet werden.

Die Priester und Priesterinnen segnen die Waffen mit erhobenen Händen.

Norma auch segnet, das Schwert in der Linken vor sich hinhaltend, mit ihrer Rechten.

CHOR.

Auf, ihr kräftigen Söhne der Wälder!

Lasset den Boden mit Blut uns befeuchten,

In höchster Aufregung.

Daß die Strahlen der Sonne beleuchten

Roms Verderben und Galliens Sieg!

Die Krieger erheben sich und schlagen die Waffen aneinander.

Die vier Tempelwächter entfernen sich unauffällig nach rechts hinter dem Druidenstein.

Nr. 13. Recitativ und Duett.

OROVIST.

Du willst den Göttern opfern?

Noch gewahr’ ich kein Opfer.

NORMA.

Es wird sich stellen!

Es hat noch dem Altare

Ein Opfer nie gefehlt.

Lärmen rechts entfernt.

Doch welch Getümmel?

Klothilde kommt eilig von rechts hinter dem Druidenstein.

Neunter Auftritt.

Die Vorigen. Klothilde nimmt die Mitte und steht dann zurück.

KLOTHILDE.

Der Tempel ward geschändet

Durch einen Römer. In geweihter Halle,

Wo die Jungfrauen beten, ward er ergriffen.

Große Bewegung.

OROVIST UND CHOR.

Ha, ein Römer!

NORMA beiseite.

Was hör’ ich? Wenn er es wäre!

OROVIST UND CHOR nach rechts hinten sehend.

Der Frevler nahet!

Die vier Tempelwächter führen den entwaffneten Sever von rechts hinter dem Druidenstein herbei.

Zehnter Auftritt.

Die Vorigen. Sever Orovist zur Rechten. Die Tempelwächter.

NORMA beiseite.

Er ist es!

OROVIST UND CHOR.

Ha, Sever!

Norma giebt ein Zeichen.

Die Tempelwächter lassen Sever los und treten auf ihre vorige Stelle.

NORMA beiseite.

Süß ist der Rache Stunde!

Sie tritt über die Stufen herunter.

OROVIST.

Du Lästrer unsrer Götter,

Aus welchem Grund entweihtest du

Der frommen Jungfraun Zellen,

Betratest Gott Irmins Gebiet?

SEVER.

Durchbohrt mich, doch stellet keine Fragen!

NORMA.

Ich will ihn töten! Entfernet euch!

Sie tritt zwischen Sever und Orovist.

SEVER.

Wen seh’ ich? Norma!?

NORMA.

Ja, Norma!

OROVIST ergreift das Schwert eines Kriegers und reicht es Norma.

Das Heldenschwert ergreife,

Räche die Götter!

NORMA nimmt das Schwert.

Wohlan, es sei!

Sie erhebt es, um Sever zu durchbohren, hält inne.

OROVIST UND CHOR.

Du zögerst?

NORMA beiseite.

Ach, ich vermag’s nicht!

OROVIST UND CHOR.

Du wankst? – Darfst du noch zaudern?

NORMA beiseite.

Er flößt mir Mitleid ein.

OROVIST UND CHOR.

Durchstoß’ ihn!

NORMA unsicher und wankend.

Erst muß ich ihn befragen,

Ob er allein der Schuld’ge, ob jene Jungfrau

Nicht im geheimen Bunde stand mit dem Verführer;

Ich muß ihn sprechen ganz ohne Zeugen.

Sie giebt das Schwert an Orovist zurück.

OROVIST UND CHOR.

Welch Geheimnis?

SEVER für sich.

Ich bebe!

Die Priesterinnen, Klothilde, Orovist, Tempelwächter, Priester, Barden, Krieger gehen ab, woher sie kamen.

Elfter Auftritt.

Sever, Norma zu seiner Linken.

Duett.

NORMA schwer atmend.

Nun bist du in meinen Händen,

Niemand kann dich mehr erretten,

Ich vermag es.

SEVER.

Doch du darfst nicht!

NORMA.

Ja, ich will es!

SEVER.

Du, Norma?

NORMA.

Höre!

Schwöre mir bei unsern Söhnen

Und bei Phöbus Sonnenwagen,

Adalgisa zu entsagen, und mit ihr

Zum Altare nicht zu treten;

Und ich löse dann deine Ketten,

Sah heute dich, sah dich jetzt zum letztenmal!

Schwöre!

SEVER.

Nein! Ich bin nicht feige!

NORMA drängend.

Schwöre! Schwöre!

SEVER entschlossen.

Gieb mir den Tod!

NORMA.

Hoffest du,

Daß mir genüge nur dein Leben?

SEVER.

Es ist verfallen!

NORMA nahe an ihn herantretend.

Schon gezückt

Aufs Herz der Kinder war das Eisen!

SEVER aufschreiend.

Ha, unerhört!

NORMA schmerzlich weinend.

Schlummernd wollt’ ich sie ermorden!

Treulos ist mein Mut geworden,

Ich verschonte die Kinder; doch heute

Sind sie meine sichre Beute.

Zögre ferner, und ich vergesse,

Daß ich Gattin und Mutter bin.

SEVER außer sich.

Ha! Megäre, den Stahl entblöße!

Nimm mein Leben, o nimm es hin!

Kein Erbarmen!

NORMA.

Nur dich?

SEVER.

O daß ich allein als Opfer falle!

NORMA.

Meinst du? – Alle!

Tausend nicht von Römerleichen

Können meinen Grimm erweichen.

Adalgisa –

SEVER leidenschaftlich empört.

Auch sie?

NORMA.

Sie vergaß ihr Gelübde!

SEVER.

Willst du sie töten?

NORMA.

Büßen soll sie ihr Verbrechen,

Sterben heut’ den Flammentod!

SEVER flehend.

Strafe mich, den Missethäter,

Wende ab, was sie bedroht.

NORMA.

Sinkt dein Hochmut?

Zu spät nun. Verräter!

Durch das Wort, das jene richtet,

Wirst auch du, dein Glück vernichtet.

An dem Schmerz will ich mich weiden,

Lächeln bei dem Todesstöhnen;

Rächen mich, und euch verhöhnen

Kann ich jetzt, und will es auch!

Mit unterdrückter Stimme.

Kann mich rächen und euch verhöhnen;

Ja, bebet beide, ich will es auch!

SEVER.

Laß mich mein Verbrechen büßen!

Er kniet vor ihr.

Sieh’ mich hier zu deinen Füßen!

Richte mich mit strenger Wage,

Aber schone ihrer Tage.

Norma in vor Eifersucht rasender Bewegung.

SEVER.

Magst du mich allein verderben,

Segen sei mein letzter Hauch!

NORMA.

Durch das Wort, das jene richtet –

SEVER.

Laß mich mein Verbrechen büßen!

NORMA.

Wirst nun auch du –

SEVER.

Willst du nicht?

NORMA.

Dein Glück vernichtet!

SEVER.

Richte mich mit strenger Wage,

Aber schone ihrer Tage.

NORMA.

An dem Schmerz will ich mich weiden,

Lächeln bei dem Todesstöhnen,

Rächen mich und euch verhöhnen

Kann ich jetzt und will es auch.

SEVER.

Ungerechte!

NORMA.

Rache ist so süß!

SEVER.

Magst du mich allein verderben,

Segen sei mein letzter Hauch!

Er steht auf.

NORMA.

Rächen kann ich mich an beiden,

Und will es auch!

Ich kann und will und will es auch!

Nr. 14. Recitativ und Schlußarie.

SEVER.

Gieb mir das Eisen!

NORMA.

Du wagst es? Fort von mir!

SEVER stürzt nach rechts auf die Eiche zu, um das Schwert zu ergreifen.

Das Eisen! Das Eisen!

NORMA vertritt ihm den Weg und eilt hinauf.

Herbei, ihr Wächter!

Tempelpriester, erscheinet!

Sie ergreift das Schwert und schlägt dreimal auf den Schild.

Priesterinnen kommen zurück mit Mantel, Schleier und Kranz von rechts hinter dem Druidenstein.

Orovist, Priester, Tempelwächter, zwei Barden, gallische Anführer und Krieger mit Schilden, Lanzen, Keulen und Beilen bewaffnet, ebenso von links, teils über den Felsenablauf.

Zwölfter Auftritt.

Die Vorigen. Barden. Tempelwächter. Priesterinnen. Orovist. Priester. Krieger.

Norma schreitet herunter und in die Mitte.

Alle stehen erwartungsvoll.

NORMA.

Ein neues Opfer

Liefre ich eurem Grimme!

Eine Verruchte vom Priesterstande

Schloß schnöde Liebesbande,

Verriet die Götter,

Ward treulos ihrem Lande!

OROVIST UND CHOR.

Welch Verbrechen, welche Schmach!

Entdecke alles!

NORMA.

Ihr mögt den Holzstoß rüsten.

Vier Priester entfernen sich nach links hinten.

SEVER zu Norma.

Laß dich erweichen, töte sie nicht!

OROVIST UND CHOR.

Den Namen!

NORMA.

Vernehmt ihn! –

Sie zittert heftig; für sich.

Ich Thörin, darf ich eigne Schuld

An andern rächen?

CHOR.

Norma, den Namen!

SEVER zu Norma.

O nenn’ ihn nicht!

NORMA nach einem langen Blick auf Sever.

Ich selber!

Allgemeine größte Betroffenheit.

Alle stehen bewegungslos.

CHOR.

Du? – Norma?

NORMA.

Ich selber – entflammt den Holzstoß!

CHOR.

Mich fasset Grauen!

SEVER für sich.

Es bricht mein Herz.

CHOR.

Du uns betrügen?

Norma und Sever stehen ganz frei.

SEVER.

Ihr müßt nicht glauben –

NORMA.

Kann Norma lügen?

OROVIST UND CHOR in tiefster Trauer.

O welcher Schmerz!

NORMA zu Sever wie geflüstert.

In dieser Stunde sollst du erkennen,

Was für ein Herz du dein konntest nennen.

Du wolltest fliehen – du bist bezwungen,

Treuloser Römer, du bleibest hier!

Des Schicksals Stimme, der Götter Gnade.

Hat uns vereinigt am Todespfade;

Am Holzstoß hier nur in Flammenzungen

Hat deine Norma ein Grab mit dir.

SEVER zu Norma.

Da ich verloren, was ich besessen,

Kann deine Größe ich erst ermessen,

Und mit der Reue ist meine Liebe

Mit neuer Stärke zurückgekehrt.

NORMA.

Das Herz, das du gebrochen,

Der Liebe war es doch wert!

SEVER.

Ja, laß uns sterben so fest verschlungen –

Er umfaßt sie.

NORMA.

O grause Stunde!

SEVER.

Mein letzter Seufzer soll dir gehören,

Doch laß im Scheiden die Worte hören,

Daß der Verzeihung ich dennoch wert!

OROVIST UND CHOR.

O widerrufe die harten Worte,

Die unwillkürlich dem Mund entflogen!

Sag’, daß du rasest, daß du gelogen,

Daß nur im Wahnsinn die Lippe sprach.

Rein ist der Himmel, die Götter schweigen,

Und ruhig säuseln die alten Eichen.

O widerrufe, um wegzunehmen

Von dir die Strafe, von uns die Schmach,

Von uns die Schmach!

NORMA zu den Priestern.

Ich bin die Schuld’ge!

Zu Sever.

Du sollst erkennen,

Welch Herz du dein konntest nennen. –

Du sollst erkennen,

Welch Herz du dein konntest nennen!

Dahin! – Auf immer! – Dahin, dahin!

SEVER zu Norma.

Du wirst verzeihen! Nun laß uns sterben,

Einander wert. Du bist verloren,

Du bist verloren, erhabnes Wesen,

Verzeihe, verzeihe! Du bist verloren,

Erhabnes Wesen, dahin, dahin!

Zwei Priester kommen mit einem großen schwarzen Schleier von links hinten zurück und nehmen hinter Sever und Norma Aufstellung.

CHOR.

Norma! Ach, widerrufe! – Schweigst du? – Verstummt die Zunge?

NORMA leise zu Sever.

Himmel, meine Kinder!

SEVER leise.

Ach, elternlos! Verlassen!

NORMA ebenso.

Weh, unsre Kinder!

SEVER leise.

Sind Waisen!

CHOR.

Bist du die Schuld’ge, rede!

NORMA.

Ja!

Sie nähert sich plötzlich, von einem Gedanken ergriffen, Orovist.

Sever beobachtet beide mit gespannter

Aufmerksamkeit.

NORMA.

Doppelt ist mein Verbrechen!

CHOR.

Schrecklich!

NORMA zu Orovist.

O hör’ mich!

OROVIST.

Schändliche!

NORMA.

Vater, hör’ mich!

OROVIST.

O welcher Schmerz!

NORMA leise zu ihm.

Ich bin Mutter!

OROVIST entsetzt.

Mutter?

NORMA leise.

Verborgen hat Klothilde die teuern Pfänder;

Sei ihnen Vater, beschütze sie,

Ergreife mit ihnen die Flucht!

OROVIST leise.

Deine Kinder? Fort, lasse mich!

NORMA ebenso.

O Vater, es fleht dein Kind!

Sie fällt auf die Kniee.

SEVER UND CHOR.

Ha, welcher Schmerz!

NORMA immer leise zu Orovist.

Soll für der Mutter Frevelthat

Kindliche Unschuld büßen?

Kelche, die sich erschließen,

Früchte der bösen Saat?

Blut sind sie deines Blutes.

Kannst du sie wohl verstoßen?

O Vater, sei gnädig doch,

Erbarme dich!

Orovist weint.

SEVER für sich.

Er ist gerührt, es tritt ins Aug’

Ihm schon der Schmerz.

Mein Wunsch ist erfüllet

Und froh besteig’ ich nun das Gerüst!

Ja, mein Wunsch ist erfüllt,

Da er verzeiht,

Mein Wunsch erfüllet

Und froh besteig’ ich nun das Gerüst!

NORMA leise.

Vater, du weinst und verzeihest,

Du hast verziehen, das sagt die Thräne,

Mein Schmerz gestillet, mein Wunsch erfüllet

Und froh besteig’ ich nun das Gerüst!

Sie steht auf und umarmt Orovist.

OROVIST drückt sie bewegt und zärtlich ans Herz; leise.

Das Herz des Vaters hast du gerührt,

Es tritt ins Auge schon der Schmerz.

Tochter, ach, o bestieg’ ich

Selbst das Blutgerüst!

Mein Herz ist gebrochen!

Kann das dich trösten:

Dir sei verziehn, Tochter!

Ach, o bestieg ich selbst das Blutgerüst!

CHOR.

Weine, bete, o Druide,

Nimmer lächelt dir der Friede!

Nehmt den Schmuck aus ihrem Haar,

Dann zur Bahre, wo ihr sie

Als Opfer grüßt.

Die beiden Priester bedecken Norma mit dem schwarzen Schleier.

CHOR.

Zum Schafotte! Zum Flammentode!

Hebt die Fackeln! Macht rein die Lüfte!

Steig’, Verruchte, steig’, Verfluchte in das Grab!

OROVIST.

Geh’, du Arme!

NORMA sinkt unter dem Schleier zusammen.

Ach, ich scheide!

SEVER auf die Kniee stürzend.

Eine Flamm’ verzehrt uns beide!

NORMA.

Vater, ich scheide!

SEVER.

Unsere Liebe, sie reicht noch übers Grab!

OROVIST.

Du scheidest! Ach, es reicht

Des Vaters Liebe übers Grab!

Die beiden Priester wenden sich mit Sever und Norma nach hinten.